Appennini, la crosta terrestre si sta “aprendo” come una zip: così nasce la sismicità italiana

Un nuovo studio internazionale individua nella progressiva delaminazione della parte inferiore della litosfera il principale motore della deformazione e dei terremoti lungo gli Appennini. Il processo, iniziato milioni di anni fa, continua a spostarsi verso est.

Appennini, la crosta terrestre si sta “aprendo” come una zip

Sotto gli Appennini, la grande catena montuosa che attraversa l’Italia da nord a sud, la Terra sta vivendo un processo sorprendente: la parte più densa della litosfera inferiore si sta progressivamente separando da quella superiore e sprofonda nel mantello.

I geologi descrivono il fenomeno come una sorta di “cerniera” o “zip” che si apre progressivamente. Il termine scientifico è delaminazione: un processo profondo che, secondo un nuovo studio pubblicato su Communications Earth & Environment, rappresenta oggi il principale motore della deformazione tettonica e della sismicità appenninica.

Non è la semplice “spinta delle placche”

La ricerca, coordinata dall'Università di Firenze e realizzata con CNR-Geo, Sapienza Università di Roma, Università di Pisa, Università di Palermo, INGV e Institute of Marine Sciences di Barcellona, propone una lettura diversa della dinamica attuale dell'Appennino.

La precedente apertura del Mar Tirreno, legata al progressivo arretramento della subduzione, si è sostanzialmente esaurita circa 2 milioni di anni fa. Ma la deformazione della catena non si è fermata: il processo si è trasferito più in profondità, attraverso la progressiva delaminazione della litosfera.

Una “zip” che migra verso l’Adriatico

Per ricostruire questo movimento, gli scienziati hanno incrociato dati sismici, osservazioni geologiche e circa 20 anni di misure geodetiche satellitari, comprese quelle GNSS e InSAR.

Il risultato è un modello nel quale la zona di deformazione funziona come una cerniera in progressiva migrazione dal Tirreno verso l'Adriatico. Intorno a questa “cerniera” la crosta può contemporaneamente estendersi, comprimersi e modificare la propria quota.

Perché terremoti diversi nello stesso Appennino?

Il nuovo modello aiuta a spiegare un apparente paradosso della geologia italiana.

Nell'Appennino interno sono frequenti terremoti distensivi, legati all'allontanamento delle rocce, come quelli della sequenza di Amatrice-Norcia del 2016 e il terremoto dell'Aquila del 2009.

Più a est, verso il versante adriatico, possono invece verificarsi terremoti compressivi, nei quali le rocce vengono spinte l'una contro l'altra. Lo stesso sistema profondo può quindi produrre regimi tettonici differenti a seconda della posizione lungo la catena.

Un processo antico, ma ancora attivo

La delaminazione non sarebbe un fenomeno recente. Modelli geodinamici pubblicati nel 2026 indicano che il progressivo distacco della litosfera dell'Adria potrebbe essere iniziato già nel Miocene medio, diversi milioni di anni fa, e che il processo continua a influenzare la struttura, la topografia e la deformazione degli Appennini.

Le simulazioni mostrano inoltre come l'affondamento della litosfera più densa e la risalita dell'astenosfera possano spiegare la migrazione della deformazione, alcune caratteristiche del rilievo italiano e persino la distribuzione del flusso di calore e del magmatismo nell'area tirrenica.

Cosa significa per i terremoti italiani?

La scoperta non permette di prevedere quando avverrà un terremoto e non significa che l'Appennino stia diventando improvvisamente più pericoloso.

Può però migliorare la comprensione della pericolosità sismica perché collega i terremoti superficiali ai processi che avvengono a grande profondità.

L'INGV sta sviluppando parallelamente nuovi strumenti per ricostruire la storia sismica dell'Appennino: uno studio pubblicato nel 2026 ha mostrato, per esempio, che le serie paleosismologiche dell'Appennino centrale registrano soprattutto gli eventi più estremi, quelli con magnitudo superiore a 6,5.

L’Italia come laboratorio naturale della Terra

Gli Appennini diventano così un vero laboratorio naturale per studiare come una catena montuosa possa continuare a deformarsi anche dopo la fine dell'apertura del bacino che l'ha accompagnata.

La scoperta non riguarda soltanto l'Italia: gli autori propongono il modello come possibile riferimento anche per altre catene montuose associate a sistemi di subduzione in fase avanzata.

La montagna che vediamo in superficie è quindi soltanto la parte visibile di un processo molto più profondo: sotto l'Italia, la Terra continua lentamente a “tirare la zip”.

Fonte
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