Chi dovrebbe pagare il conto delle politiche ambientali?

Secondo le regole di bilancio previste dall’Ue, i governi devono aumentare le tasse o tagliare la spesa per realizzare investimenti pubblici. Ma in tal modo si scaricano tutti i costi sulla generazione attuale. L’economista Paul De Grauwe suggerisce una soluzione

Chi dovrebbe pagare il conto delle politiche ambientali?

Sono ora in molti a credere che siano necessarie misure drastiche per proteggere il pianeta dalle catastrofi ambientali e dal cambiamento climatico. È, invece, meno chiaro chi dovrebbe pagare il conto per queste urgenti politiche. Il movimento dei “gilet gialli” ha posto la scottante questione sul tavolo. I problemi sono quantomeno due. Oltre a decidere su chi dovrà pagare oggi, c’è un altro aspetto dirimente: quale distribuzione dei costi adottare fra la generazione attuale e quelle future? Se, da un lato, cresce il sostegno all’introduzione della “carbon tax”, dall’altro appare iniquo scaricare tutti i costi sulla generazione attuale a fronte di benefici che saranno goduti soprattutto nei prossimi decenni.

Cio’ che appare comunque imprenscindibile è il ricorso agli investimenti pubblici che, insieme a quelli privati, sono essenziali per attuare la transizione dai combustibili fossili alle fonti energetiche rinnovabili – in verità sono numerosi gli ambiti nei quali sarebbero auspicabili. E a questo punto entra in gioco la proposta di un’economista della London School of Economics, Paul De Grauwe. C’è una possibilità per riuscire a distribuire i costi nel tempo: finanziare gli investimenti attraverso l'emissione di titoli di stato. In pratica il prestito obbligazionario garantirebbe i fondi necessari, mentre il pagamento degli interessi passivi si svilupperebbe nel tempo. Si riuscirebbe così a distribuire i costi tra le varie generazioni. Sarebbe un modo per riequilibrare parzialmente i rapporti tra costi e benefici.

Ma, di fatto, è impossibile finanziare gli investimenti attraverso le obbligazioni, visto che quest’ultime aumentano il deficit strutturale, cosa espressamente vietata dalle regole fiscali europee. Il motivo si comprende dalla sua definizione. È il deficit corretto considerando gli effetti del ciclo e delle misure una tantum, che influiscono solo temporaneamente sul disavanzo. L’indicatore consente di valutare quale quota del deficit pubblico di un paese sia attribuibile alla congiuntura e quale alla componente “strutturale”, ovvero quella che continuerebbe a sussistere anche se l’economia tornasse a crescere.

La conseguenza per i governi domestici dell’UE è che, quando vogliono promuovere nuovi investimenti, sono obbligati ad aumentare le tasse e/o a tagliare la spesa. Tuttavia, in tal modo, i costi vengono scaricati su imprese e famiglie, che reagiscono. Il che ci riporta ai “gilet gialli”.

Eppure la soluzione sarebbe piuttosto semplice. L’UE dovrebbe consentire che gli investimenti pubblici siano messi in un "bilancio a parte" e finanziati attraverso l'emissione di obbligazioni. La regola europea del saldo strutturale, quindi, si applicherebbe soltanto al bilancio ordinario costituito da spesa corrente (che rappresenta il 95% delle uscite) e tasse. Il che vuol dire che la quasi totalità del bilancio complessivo continuerebbe a rispettare la regole previste da Bruxelles.

Oltre alle rigidità di alcune regole, pesa anche un dogma per il quale il debito pubblico è cattivo a prescindere. In realtà, evidenzia De Grauwe,dipende da come lo si usa: “Se, ad esempio, è destinato a investimenti produttivi che includono anche un obiettivo ambientale e sociale, il debito non è poi così cattivo”. Non è un’opinione, lo dice il moltiplicatore. E gli effetti positivi sull’economia e sull’occupazione che ne scaturiscono.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su LA STAMPA

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