"Workers buyout", se i lavoratori si reinventano imprenditori

Sono molte in Italia le aziende a rischio chiusura rilevate e rilanciate dai dipendenti. In questo modo si salvaguardano l’occupazione e le competenze acquisite. E la percentuale dei fallimenti è modesta: meno del 15% a dieci anni dal finanziamento

Se i lavoratori si reinventano imprenditori

Le crisi aziendali quasi sempre si risolvono nella chiusura dell’impresa. Libri in Tribunale e la conseguente procedura fallimentare. Quasi sempre perché, al fine di mantenere i livelli occupazionali e salvaguardare le competenze acquisite, i lavoratori possono decidere di rilevare la propria impresa e farla ripartire.

Il workers buyout (Wbo) – l’acquisizione della proprietà e del controllo dell’impresa, o di un ramo d’azienda, da parte dei dipendenti riuniti in cooperativa – è un’operazione sempre più diffusa in Italia e non soltanto intrapresa dai lavoratori per evitare la chiusura dell’attività o per affrontare il ricambio generazionale di un’azienda familiare. I dipendenti con le loro risorse possono acquistare e ricapitalizzare l’azienda se necessario, oppure far fronte a una riduzione dei compensi se vi è un eccesso di costi, oppure infine possono sfruttare la loro conoscenza dei processi produttivi per migliorare la produttività.

Con l’adozione di modelli cooperativi e partecipativi, il Wbo viene spesso sostenuto da incentivi pubblici e utilizzato quale strumento capace di integrare politiche attive del lavoro e politiche di sviluppo.

Le cosiddette “imprese rigenerate dai lavoratori” sono promosse in Italia fin dalla metà degli anni Ottanta (legge 49/1985, detta legge Marcora; legge 57/2001). Frutto di un meccanismo negoziato fra lavoratori, settore cooperativo e (spesso) lo Stato, il Wbo si fonda sul know-how dei lavoratori che decidono di investire i trasferimenti cui hanno diritto (anticipo dell’indennità di mobilità, Tfr) e altre risorse proprie per trasformarsi in soci imprenditori.

La legge Marcora ha portato alla creazione della società “Cooperazione e finanza impresa” (Cfi), partecipata dal ministero dello Sviluppo economico, che opera a sostegno dei Wbo. Queste azioni hanno avuto un effetto complessivo positivo sulla finanza pubblica, grazie al risparmio sull’utilizzo degli ammortizzatori sociali e alle entrate derivanti da imposte e oneri previdenziali.

Dal 1986 al 2018 sono state 226 le operazioni di Wbo finanziate dalla società Cfi: 161 fino al 2001 (Marcora I); solo due nel 2002-2009 e 63 dal 2010. Complessivamente, hanno coinvolto circa 7.500 lavoratori. Il fenomeno interessa principalmente le piccole imprese (tra 10 e 49 dipendenti) e il settore prevalente è quello manifatturiero.

La buona notizia è che la percentuale dei fallimenti è modesta: meno del 15% a dieci anni dal finanziamento.

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Indicatori

La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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