Italia, poche multinazionali e troppe microimprese

Solo il 21% dei lavoratori italiani è occupato in imprese multinazionali, contro circa il 30% nella media UE. Dietro questo divario c’è un tratto strutturale dell’economia italiana: un sistema produttivo fortemente frammentato, dove la dimensione delle imprese pesa sulla produttività, sugli investimenti e, nel lungo periodo, anche sui salari.

Italia, poche multinazionali e troppe microimprese

Secondo gli ultimi dati Eurostat, l’Italia è tra i Paesi UE con la quota più bassa di occupati nelle multinazionali: circa il 21%, contro il 30% della media europea.

Il confronto è significativo: la quota sale al 54% in Lussemburgo, mentre Francia e Germania raggiungono rispettivamente circa il 38% e il 34%. In fondo alla classifica c’è la Grecia, con il 14%.

Il dato non significa che l’Italia sia esclusa dalle catene globali del valore. Al contrario: le multinazionali presenti nel Paese hanno un peso economico molto superiore alla loro numerosità.

Poche imprese, ma molto valore

Nel 2023 le imprese italiane erano oltre 4,5 milioni e occupavano circa 18,1 milioni di persone. Ma la struttura dimensionale rimane fortemente sbilanciata verso le aziende più piccole.

I dati Istat mostrano che le imprese con 0-9 addetti erano oltre 4,27 milioni, mentre quelle con almeno 250 addetti appena 4.565. Eppure le grandi imprese generavano 372 miliardi di euro di valore aggiunto, contro i 288 miliardi delle microimprese.

È il paradosso del capitalismo italiano: tantissime imprese piccole, pochissime imprese grandi.

Il “piccolo è bello” ha un costo

La piccola dimensione non è necessariamente una debolezza. Molte PMI italiane sono leader mondiali in nicchie industriali, esportano e rappresentano una parte essenziale del Made in Italy.

Il problema emerge quando la frammentazione diventa un ostacolo alla crescita.

Un'impresa molto piccola ha generalmente meno possibilità di sostenere grandi investimenti in ricerca e sviluppo, digitalizzazione, intelligenza artificiale, formazione e competenze manageriali. Ha inoltre meno capacità di sfruttare economie di scala e di accedere ai mercati internazionali.

Il rapporto tra dimensione e produttività

L’ultimo OECD Compendium of Productivity Indicators 2026 conferma la relazione: nel 2024, nei Paesi OCSE, la produttività del lavoro delle PMI era mediamente pari soltanto al 65% di quella delle grandi imprese.

E più l’impresa è piccola, maggiore tende a essere il divario: le microimprese registrano i livelli di produttività più bassi.

Per l’Italia il problema è particolarmente rilevante. L’OCSE sottolinea che micro e piccole imprese rappresentano ancora oltre il 60% dell’occupazione e che il divario di produttività rispetto alle imprese più grandi è più ampio che in altre grandi economie europee.

La conseguenza arriva anche ai salari

La questione non riguarda soltanto le statistiche aziendali.

Imprese più produttive hanno generalmente maggiore capacità di investire e remunerare il lavoro. E l’Italia parte già da una posizione difficile: secondo l’OCSE, nel primo trimestre 2026 i salari reali italiani erano ancora 6,1% inferiori rispetto al primo trimestre 2021, il peggior divario tra le grandi economie OCSE.

Ecco perché la dimensione d’impresa diventa anche una questione di salari e benessere delle famiglie.

La sfida non è creare più multinazionali

L’obiettivo, però, non dovrebbe essere semplicemente aumentare il numero delle multinazionali in Italia.

La vera sfida è permettere alle imprese italiane più efficienti di crescere di dimensione senza perdere competitività, investire in tecnologia e capitale umano, aggregarsi, internazionalizzarsi e diventare leader sui mercati globali.

L’OCSE indica tra le priorità proprio la riduzione degli oneri burocratici e fiscali, il rafforzamento degli investimenti in R&S e la maggiore professionalizzazione della gestione aziendale.

Il grande paradosso italiano

L’Italia possiede milioni di imprese e migliaia di eccellenze, ma relativamente poche aziende capaci di raggiungere una scala globale.

Il problema, quindi, non è il “piccolo” in sé.

È quando il piccolo non riesce a diventare grande.

E in un’economia mondiale dominata da tecnologia, capitale, dati e economie di scala, questa potrebbe essere una delle sfide decisive per la crescita italiana nei prossimi anni.

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