
I dati OCSE parlano chiaro: oggi i salari reali in Italia sono tornati ai livelli dei primi anni Novanta. Al netto dell’inflazione, le retribuzioni lorde per dipendente non mostrano alcun progresso strutturale nell’arco di oltre trent’anni. Dopo il crollo dovuto alla svalutazione della lira, la lenta ripresa si è fermata nel 2010. Poi sono arrivate la crisi dei debiti sovrani e l’ondata inflazionistica del 2022-2023, che ha eroso in pochi anni gran parte del potere d’acquisto.
Stipendi orari: una lunga stagnazione
Anche guardando alle retribuzioni orarie lorde, i dati Eurostat confermano il quadro: oggi siamo sostanzialmente ai livelli di fine anni Novanta. L’unica eccezione è il 2020, un’anomalia statistica legata ai lockdown. Negli anni successivi, però, la perdita di potere d’acquisto è stata ancora più intensa, anche perché sono aumentate le ore lavorate, spesso grazie alla trasformazione dei part-time involontari in contratti a tempo pieno.
Il peso del cuneo fiscale
In Italia quasi la metà del costo del lavoro non finisce in busta paga. Il cuneo fiscale – la differenza tra quanto paga l’azienda e quanto incassa il lavoratore – resta elevato e strutturale. Dopo una riduzione nei primi anni Duemila, il livello si è stabilizzato intorno al 44-45%, con un calo significativo solo nel 2024 e nel 2025. Il risultato è che il salario netto resta molto distante dal costo sostenuto dalle imprese.
Il confronto con Germania e Francia è impietoso
Nel 2023 le retribuzioni orarie nette italiane erano circa il 7% più basse rispetto al 1996. Nello stesso periodo, in Germania sono cresciute di oltre il 18% e in Francia di circa il 19%. Un divario che racconta una debolezza strutturale del sistema economico italiano, non un semplice problema congiunturale.
Il vero nodo: la produttività
Alla base dei bassi salari c’è un dato difficilmente aggirabile: la produttività del lavoro. In trent’anni, la produttività oraria in Italia è aumentata di appena il 6%. Dopo un breve slancio negli anni Novanta, il Paese è entrato in una lunga fase di stagnazione durata fino alla pandemia. Il crollo post-2020 ha riportato la produttività ai livelli medi dei primi Duemila, in parallelo con la caduta dei salari reali.
Italia contro Germania: due traiettorie opposte
Nello stesso periodo, la produttività oraria del lavoro in Germania è cresciuta di circa il 25% in più rispetto a quella italiana. Una divergenza costante, prima e dopo la crisi dei debiti sovrani. Eppure, il costo del lavoro italiano non è diminuito in proporzione, rendendo il problema ancora più complesso.
Competitività persa e recuperata a caro prezzo
Tra il 2000 e il 2011 l’Italia ha perso competitività all’interno dell’eurozona. Solo dopo la crisi, grazie alla compressione dei salari reali, il Paese ha recuperato terreno. Ma il livello di competitività della metà degli anni Novanta è stato raggiunto solo nel 2024. Un recupero avvenuto più per impoverimento relativo dei lavoratori che per crescita strutturale.
Bilancia dei pagamenti: il campanello d’allarme
La perdita di competitività si riflette chiaramente nei conti con l’estero. Le partite correnti sono passate da un surplus del 3% del PIL nel 1996 a un deficit superiore al 3% nel 2010. Una dinamica giudicata da molti osservatori tra le concause della crisi finanziaria del 2011. Solo con il successivo recupero di competitività i saldi sono tornati ampiamente positivi.
Una questione strutturale, non salariale
I bassi salari italiani non sono il risultato di scelte isolate o temporanee. Sono l’effetto combinato di bassa produttività, elevato cuneo fiscale, perdita di competitività e assenza di una strategia di crescita di lungo periodo. Senza affrontare questi nodi strutturali, ogni intervento sugli stipendi rischia di essere solo temporaneo.







