Introdurre un salario minimo a 10 euro l’ora potrebbe rappresentare una svolta per il mercato del lavoro italiano. È quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista internazionale Economic Modelling, firmato dai ricercatori dell’Università di Pisa.
Le simulazioni, basate sul modello macroeconomico Eurogreen, mostrano che la misura è in grado di ridurre in modo significativo il lavoro povero e le disuguaglianze diffuse, aumentando i redditi delle fasce più deboli senza generare effetti negativi sistemici.
Occupazione e produttività non ne risentono
Uno dei nodi più controversi del dibattito riguarda l’impatto sull’occupazione. Secondo lo studio, tuttavia, i timori appaiono ridimensionati. Nel medio periodo, infatti, occupazione e produttività restano sostanzialmente stabili. L’aumento dei salari più bassi tende a rafforzare la domanda interna, compensando i maggiori costi per le imprese. Un effetto moltiplicatore che, in molti casi, sostiene anche la crescita economica complessiva.
Il tetto ai redditi alti e la riduzione del gender gap
La ricerca introduce anche un elemento meno discusso: un salario massimo ipotizzato a 40 euro l’ora. Secondo i risultati, questa misura contribuirebbe a ridurre la concentrazione dei redditi più elevati e ad attenuare il divario retributivo tra uomini e donne. Un intervento che agisce sulla parte alta della distribuzione, rendendo il sistema più equilibrato.
Il contesto italiano: salari fermi da trent’anni
Il tema assume un peso ancora maggiore se inserito nel contesto italiano. Negli ultimi tre decenni, l’Italia è l’unico Paese dell’area OCSE in cui i salari reali medi sono diminuiti, mentre nelle altre economie avanzate si è registrata una crescita.
Una dinamica che ha contribuito all’aumento delle disuguaglianze e alla diffusione del lavoro povero, rendendo il dibattito sul salario minimo sempre più urgente anche alla luce delle politiche europee sul “fair wage”.
Equità contro efficienza? Un falso dilemma
Il dibattito pubblico tende spesso a contrapporre equità ed efficienza. Lo studio suggerisce invece che politiche salariali ben progettate possono ottenere entrambi gli obiettivi: ridurre le disuguaglianze senza compromettere la stabilità macroeconomica. Un messaggio che potrebbe influenzare le future scelte di politica economica, in Italia e non solo.







