Cuneo fiscale e salario minimo. Da dove iniziare?

Da anni la Francia persegue una politica di abbassamento dei contributi sociali versati dai datori per i lavoratori a bassi salari, per compensare l’alto livello di salario minimo. È un modello replicabile?

Cuneo fiscale e salario minimo. Da dove iniziare?

Uno dei temi su cui i nuovi partner di governo dovrebbero più facilmente trovare un’intesa è quello del salario minimo. Nei due rami del Parlamento sono in discussione proposte di legge di Movimento 5 stelle e Pd che, pur con alcune differenze, in parte si sovrappongono. I sindacati restano contrari a qualunque intervento che vada al di là dell’estensione dei contratti esistenti.

Le associazioni datoriali temono un aumento dei costi e chiedono di introdurre anche una riduzione del cuneo fiscale. Ma per tagliare il cuneo, il problema resta il reperimento dei fondi. Ammesso che si trovino, come si potrebbe procedere? Il caso francese offre alcuni spunti di riflessione.

Dal 1993 in poi, la Francia ha perseguito una sistematica politica di abbassamento dei contributi sociali versati dai datori di lavoro per i lavoratori a bassi salari per compensare un livello di salario minimo tra i più elevati tra i paesi Ocse. All’inizio, la decontribuzione si limitava ai salari di un montante uguale o inferiore a 1,3 volte quello minimo; è stata poi via via estesa, con un profilo degressivo, fino ad arrivare a salari 3,5 volte più alti del salario minimo. Dal gennaio 2019, di fatto, non si pagano più contributi sociali al livello del salario minimo. “Queste misure permettono alla Francia di avere un salario minimo netto tra i più elevati tra i paesi Ocse – spiega l’economista Andrea Garnero - ma un costo del lavoro (al salario minimo) significativamente inferiore alla media. Ma le misure di decontribuzione comportano un costo per le casse dello stato in termini di mancate entrate, stimate in 60 mld l’anno.”

Si tratta, quindi, di una misura unica per dimensione tra i paesi Ocse e molto costosa. È un modello replicabile?

L’obiettivo dichiarato delle misure è favorire l’occupazione e la competitività delle imprese. Un taglio concentrato sui bassi salari, infatti, dovrebbe permettere di avere un effetto sull’occupazione più importante perché permette una riduzione del costo del lavoro in proporzione più alta e concentrata su un gruppo di lavoratori con un’elasticità dell’occupazione al costo del lavoro più elevata. I dispositivi francesi, tuttavia, si sono pian piano estesi fino a coprire anche lavoratori pagati molto di più del salario minimo. Se da un lato questo ha permesso di evitare incentivi perversi ad assumere solo lavoratori a bassi salari, dall’altro riduzioni così generose si sono trasformate in trasferimenti alle imprese (o ai lavoratori con più alto potere negoziale) senza effetti visibili sull’occupazione. “Secondo diversi studi, la riduzione di contributi sociali ha avuto effetti positivi sull’occupazione – argomenta Garnero - e, in certe condizioni, ha contribuito ad aumentare la competitività delle imprese esportatrici. Tuttavia, per i salari superiori a 1,6 volte il salario minimo, tali effetti non sono visibili e quindi, secondo alcuni, la decontribuzione per i salari più elevati andrebbe ridotta, se non cancellata.

Ecco allora due indicazioni utili anche per l’Italia. “Concentrare la riduzione degli oneri contributivi sui bassi salari può essere un modo efficace per limitare i possibili effetti negativi di un aumento del costo del lavoro. Tuttavia, è necessario evitare che una decontribuzione mirata generi incentivi perversi a impiegare solo lavoratori a bassi salari”, conclude Garnero.

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Indicatori

La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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