Lavoro, la Spagna ha capito come abbattere la precarietà e aumentare i salari

L’esempio spagnolo. Nel paese iberico è stata approvata una riforma del mercato del lavoro che restituisce centralità alla contrattazione collettiva e riduce la precarietà, fornendo le risposte corrette dopo oltre 40 anni di approcci e riforme basate sulle liberalizzazioni (che hanno finito per danneggiare anche le imprese)

Lavoro, Madrid ha capito come abbattere la precarietà e aumentare i sala

Come riformare il mercato del lavoro? Un esempio arriva dalla Spagna. Dopo la definizione nel 2021 di una legge sui rider, l’introduzione nel 2020 di un reddito minimo vitale e l’aumento del salario minimo legale, il paese iberico è ora uno dei contesti internazionali più interessanti nel ridefinire un nuovo quadro di regole nel mercato del lavoro. Per la prima volta dallo Statuto dei lavoratori del 1980, la riforma approvata non offre soluzioni in termini di maggiore liberalizzazione, ma viene messa in atto una riconfigurazione del mercato del lavoro recuperando spazi di maggiore rigidità.

La situazione è stata efficacemente affrontata e schematizzata su lavoce.info da Massimo De Minicis, ricercatore Inapp (Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche). Gli obiettivi principali sono essenzialmente quattro: 1) riconfigurare la gerarchia dei processi di contrattazione; 2) definire regole più stringenti sui lavoratori impiegati mediante processi di esternalizzazione; 3) ridurre drasticamente la quantità di lavoro temporaneo; 4) normalizzare lo strumento delle integrazioni salariali (Erte).

La riforma interviene sulla cessazione della validità dei contratti collettivi di settore una volta scaduti. Precedentemente, alla data di cessazione, venivano sostituiti con contratti decentrati aziendali, che riducevano i livelli salariali di settore a parità di orario. Con la nuova riforma si riconfigura, invece, una maggiore centralità e ultrattività dei contratti collettivi, che rimangono validi una volta scaduti fino a quando non ne venga concordato uno nuovo, recuperando così il primato dell’accordo di settore su quello aziendale. Il contratto aziendale potrà essere applicato dall’impresa soltanto laddove preveda condizioni retributive più favorevoli di quello di settore.

Per quanto riguarda la riduzione della precarietà del mercato del lavoro spagnolo, la riforma si muove in tre direzioni. Una radicale limitazione delle forme di esternalizzazione del lavoro mediante i contratti interinali, un adeguamento dei salari dei lavoratori esternalizzati a quelli dei lavoratori interni coinvolti e la riduzione a tre delle precedenti molteplici forme contrattuali a tempo determinato.

In merito a quest’ultimo punto, due sono forme di contratto contingente formativo: la prima è rivolta a giovani sino a 30 anni di età, con durata massima di 24 mesi; la seconda ha una durata massima compresa tra 6 mesi e 1 anno, e potrà essere svolto entro i 3 anni successivi all’ottenimento della relativa abilitazione. Al di là dei contratti formativi è previsto un unico contratto a tempo determinato, caratterizzato da una più stringente causalità riconducibile a circostanze produttive specifiche eccezionali o sostitutive. Viene introdotto anche un inasprimento delle sanzioni per le irregolarità nell’applicazione di questi contratti. Al di fuori di queste situazioni, il contratto a tempo determinato non può essere utilizzato.

La nuova legge ridisegna lo strumento delle integrazioni salariali, che possono essere attivate (mediante la discesa in campo dello Stato) per un massimo di un anno e con esenzioni contributive che diminuiscono dal 60 al 20%. In caso di ristrutturazione settoriale la misura si può attivare per 6 mesi, estendibili a 1 anno, con esenzioni del 40%. Di fatto, si tratta di un meccanismo automatico che corresponsabilizza imprese e governo nel mantenimento dell’occupazione e nelle trasformazioni dei settori produttivi.

Secondo De Minicis, l’insegnamento che si può trarre dall’esperienza spagnola è che in una fase di crisi, di caduta dei salari e di aumento dell’inflazione, una riforma del lavoro dovrebbe affrontare in maniera organica diversi aspetti (come i livelli minimi salariali, la riduzione della precarietà, le dinamiche della contrattazione collettiva), rigenerando un vetusto quadro normativo del mercato del lavoro.

Un approccio, quello di tornare a un mercato del lavoro più rigido, che, oltre a evidenziare effetti positivi sulla condizione professionale dei lavoratori, premierà probabilmente anche la produttività, riportando le relazioni industriali su un sentiero nel quale si tende ad andare tutti – lavoratori, imprese, Stato - nella stessa direzione.

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