Gas-Tap, concreta opportunità o male da evitare ad ogni costo?

Gas-Tap, opportunità o male da evitare ad ogni costo?
Trans Adriatic Pipeline

Dopo mesi di relativo silenzio è riesplosa in Italia la mai sopita polemica sulla realizzazione del gasdotto Tap. Il Trans Adriatic Pipeline fa parte del Corridoio meridionale del gas (Southern Gas Corridor). Si tratta di un insieme di progetti infrastrutturali parzialmente finanziati dall’Ue e destinati a incrementare la diversificazione delle fonti e la sicurezza degli approvvigionamenti, grazie al trasporto di nuovo gas naturale proveniente dall’Asia centrale (nel caso del Tap dall'Azerbaijan), in una fase nella quale appare strategico ridurre la dipendenza dalla Russia e, allo stesso tempo, risulta complesso accettare la richiesta di Trump di importare maggiori quantità del più costoso gas Usa.

Il Tap è un pezzo, quello finale, di un progetto più ampio: un gasdotto lungo complessivamente quasi 4 mila chilometri, di cui il tracciato Tap in senso stretto copre 878 chilometri (550 chilometri in Grecia, 215 chilometri in Albania, 105 chilometri nell’Adriatico e 8 chilometri in Italia).

Il Corridoio meridionale è fra i sistemi di gasdotti più complessi mai realizzati al mondo. Attraversa sette paesi coinvolgendo una decina fra le principali società del settore. Attiva progetti energetici per un investimento complessivo di oltre 50 miliardi di dollari, che comprendono lo sviluppo del giacimento di Shah Deniz sul Mar Caspio e la creazione di tre reti di gasdotti, tra i quali il Tap.

A una produzione domestica di gas naturale in Italia in declino – elemento peraltro in comune con il resto dell’Ue – corrisponde l’incremento delle importazioni e, in particolare, quelle russe rivestono una particolare importanza. Il motivo è che il prezzo fissato da Mosca è il più competitivo.

La prima parte del corridoio è operativa ed entro il 2018 si completerà il tratto turco di oltre 1.800 chilometri da est verso ovest. Sono state fatte anche stime – soggette a significative variazioni – del costo del ritiro dell’Italia dal Tap: tra i 40 e i 70 miliardi di euro, secondo quelle della Socar (Ente energetico azero) e della Bp, società petrolifera britannica, entrambe partner della cordata che sta realizzando il Sgc.

Al di là di ogni legittima posizione in merito all’opportunità di realizzare il Tap, il governo dovrà ascoltare le comunità locali coinvolte. Ma ciò che forse è ancora più urgente sarebbe la predisposizione di un piano energetico di medio-lungo periodo per l’Italia, magari ancorandolo in modo sempre più consistente alle energie rinnovabili. Dire no a determinate infrastrutture e tipologie di fonti energetiche è legittimo e, spesso, condivisibile. Lo è, invece, molto meno far finta che l'energia consumata da ognuno di noi su base quotidiana dovrà pur avere una qualche provenienza. Che piaccia o meno.

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