Geoingegneria solare, soluzione o causa del problema?

C'è un crescente interesse scientifico nella geoingegneria solare come possibile mezzo per combattere i cambiamenti climatici insieme al taglio delle emissioni. Ma c’è più di un rischio di cui tenere conto

Geoingegneria solare, soluzione o causa del problema?

Geoingegneria sì, geoingegneria no. È uno degli enigmi degli ambientalisti. A tal punto che i negoziati su quel tipo di tecnologie si sono conclusi in un nulla di fatto durante l'Assemblea delle Nazioni Unite organizzata a Nairobi, in Kenya, nei giorni scorsi, quando una proposta sostenuta dalla Svizzera per sviluppare attività di ricerca sul tema è stata in fretta e furia ritirata. Secondo David Keith, è un peccato perché il mondo ha bisogno di un dibattito aperto su nuovi modi per ridurre i rischi climatici.

Ma di cosa si tratta esattamente? L’idea è rilasciare ad alte quote diossido di zolfo con lo scopo di schermare i raggi solari imitando l’effetto di raffreddamento provocato dalle eruzioni vulcaniche. Come quello avvenuto nelle Filippine con l’eruzione del Pinatubo nel 1991, quando furono scaricate nell’atmosfera circa 10 mlioni di tonnellate di zolfo con l’effetto di ridurre mediamente le temperature globali di 0,5°.

Il cruccio riguarda, in pratica, la possibilità di riflettere deliberatamente una piccola quantità di luce solare nello spazio per contribuire al contrasto del cambiamento climatico. Alcuni sono convinti che la geoingegneria solare sarà dannosa, e quindi si oppongono a ulteriori ricerche, analisi e dibattiti sulla questione. Altri sono favorevoli a investire per capire di più.

È pur vero  che riflettendo la luce del sole lontano dalla Terra- iniettando qualcosa nella stratosfera - si potrebbe compensare in parte lo squilibrio energetico causato dall'accumulo di gas serra. E, così, ridurre importanti rischi climatici quali mutamenti nella disponibilità di acqua, precipitazioni estreme, livello del mare e temperatura. Ci sono comunque numerose incertezze sugli effetti fisici che potrebbe provocare la dispersione di particelle di zolfo, tra i quali l'inquinamento atmosferico, i danni allo strato di ozono e ulteriori sconvolgimenti climatici (piogge abbondanti in zone aride, siccità in altre e aumento dell’acidificazione degli oceani).

È per questo che la ricerca sulla geoingegneria solare è controversa. I programmi di studio fino ad ora finanziati sono piccoli e dispongono di fondi limitati, anche se il vero problema è forse un altro. Gli ingenti interessi sui combustibili fossili potrebbero sfruttare la geoingegneria per opporsi ai tagli delle emissioni. L’attività lobbistica messa in piedi da Big Fossil potrebbe alimentare una narrativa che finisce per assolvere le energie fossili. Il rischio c’è, ma non giustifica l’abbandono della ricerca scientifica. Difficilmente un cambiamento avverrà, se ci si ferma difronte ai rischi. Eppure, oggi il mondo spende oltre 300 miliardi di dollari l'anno per l'energia a basse emissioni di carbonio e i giovani stanno portando avanti una nuova lotta. Fatti impensabili fino a pochi anni fa.

Abbiamo, per certo, bisogno di un adattamento che aumenti la resilienza dinanzi alle minacce climatiche. Ma l'adattamento di per sé non è una soluzione. Nemmeno la geoingegneria solare lo è. E neanche rimuovendo la CO2 dall'atmosfera. I problemi complessi come il cambiamento climatico raramente hanno una soluzione unica. Per questo vale la pena non fermare la ricerca.

I tagli alle emissioni, la geoingegneria solare e la rimozione del carbonio potrebbero contribuire tutti insieme alla riduzione degli effetti umani e ambientali dei cambiamenti climatici al di là di ciò che è possibile con i soli tagli delle emissioni. Per passare dal condizionale all’indicativo occorre un programma di ricerca internazionale che, entro un decennio, potrebbe darci una risposta in merito a rischi ed efficacia. 

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su LA STAMPA

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