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Donald Trump ha annunciato il 28 agosto 2026 un accordo con il Venezuela che, secondo la sua amministrazione, assegnerà agli Stati Uniti il controllo di maggioranza di una nuova iniziativa collegata a oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere provate.
Il presidente americano lo ha definito su Truth Social “the biggest oil deal in world history”, sostenendo inoltre che l'operazione non avrà costi per i contribuenti statunitensi. Reuters ha confermato l'esistenza dell'accordo e la cifra dei 65 miliardi di barili.
Ma gli Usa non stanno comprando 65 miliardi di barili
È questo il punto che rischia di essere frainteso. L'accordo non significa che il governo americano abbia acquistato 65 miliardi di barili di petrolio. Secondo le informazioni disponibili, riguarda una nuova struttura societaria privata che dovrebbe sviluppare una serie di giacimenti venezuelani.
Fonti dell'amministrazione riferite da CBS indicano una partecipazione o un controllo effettivo statunitense del 55%, attraverso una combinazione di equity e diritti di acquisto del petrolio prodotto a costo. I dettagli definitivi della struttura non sono però ancora completamente pubblici.
Perché 65 miliardi di barili sono così importanti
Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere provate del mondo, superiori ai 300 miliardi di barili. Ma possedere enormi riserve non significa poterle estrarre rapidamente. La produzione venezuelana è crollata dopo anni di sottoinvestimenti, problemi infrastrutturali, sanzioni e inefficienze dell'industria petrolifera.
Secondo Reuters, il Paese produce oggi circa 1,25 milioni di barili al giorno, molto meno del suo potenziale.
Un investimento da circa 100 miliardi
Secondo la presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez, l'accordo prevede lo sviluppo di 17 campi strategici, con oltre 100 miliardi di dollari di investimenti e la possibilità di generare più di 209 miliardi di dollari di entrate fiscali per lo Stato venezuelano.
È davvero “il più grande accordo petrolifero della storia”?
Non è possibile affermarlo come fatto oggettivo. Le principali agenzie e testate internazionali hanno riportato la dichiarazione di Trump, ma non è emersa al momento una classifica indipendente che dimostri che l'operazione rappresenti effettivamente il più grande accordo petrolifero mai concluso.
Tra gli altri, Reuters definisce l'iniziativa una mossa senza precedenti per il coinvolgimento americano nel settore petrolifero venezuelano, ma non certifica la formula di Trump come record storico assoluto, evidenziando anche i principali ostacoli: infrastrutture obsolete, anni di sottoinvestimenti, instabilità politica e possibili problemi giuridici legati alla legislazione venezuelana sugli idrocarburi.
Il vero obiettivo di Washington
Per gli Stati Uniti la partita non riguarda soltanto il petrolio. Washington punta a ottenere una nuova fonte di greggio, rafforzare la sicurezza energetica e riportare le compagnie Usa al centro della ricostruzione dell'industria venezuelana. Il timing è tutt'altro che casuale: gli Stati Uniti stanno affrontando prezzi elevati dei carburanti e una situazione energetica internazionale resa più fragile dal conflitto con l'Iran.
Ma il petrolio non arriverà domani
È probabilmente questo l'aspetto più importante per capire la portata reale dell’accordo. Anche se l'intesa fosse pienamente attuata, 65 miliardi di barili di riserve non si trasformano automaticamente in nuova produzione.
Il settore petrolifero venezuelano necessita di enormi investimenti, nuove infrastrutture e anni di lavoro. Analisti citati dal Financial Times stimano che potrebbero servire oltre 100 miliardi di dollari per riportare la produzione venezuelana a circa 2 milioni di barili al giorno.
La vera scommessa
Quella annunciata da Trump è quindi una scommessa gigantesca: trasformare le enormi riserve sotterranee del Venezuela in produzione effettiva, investimenti, entrate fiscali e maggiore sicurezza energetica per gli Stati Uniti.
Per ora, però, una parte significativa dei dettagli dell'accordo resta da definire.



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