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Sei anni fa Donald Trump celebrava l'USMCA (United States-Mexico-Canada Agreement) come "il miglior accordo commerciale mai firmato dagli Stati Uniti". Oggi lo stesso presidente ne mette in dubbio il futuro.
Nel corso della revisione prevista dal trattato, Trump ha dichiarato di non avere intenzione di rinnovarlo, sostenendo che gli Stati Uniti non avrebbero bisogno delle importazioni provenienti da Canada e Messico, mentre i due partner dipenderebbero fortemente dall'economia americana.
Una posizione che segna una nuova svolta nella strategia protezionistica della Casa Bianca e riaccende le tensioni commerciali nel continente nordamericano.
Cos'è davvero l'USMCA
Entrato in vigore nel 2020 in sostituzione dello storico NAFTA, l'USMCA disciplina gli scambi tra Stati Uniti, Canada e Messico, creando una delle più grandi aree di libero scambio del pianeta.
Ogni anno attraverso questo accordo transitano merci per circa 2.000 miliardi di dollari, con filiere produttive profondamente integrate, soprattutto nei comparti automobilistico, elettronico, agricolo ed energetico.
Nel settore auto, ad esempio, componenti e semilavorati attraversano più volte le frontiere tra i tre Paesi prima che il veicolo venga completato, beneficiando dell'esenzione dai dazi prevista dall'accordo.
Nessun accordo nella revisione del 2026
L'ultima riunione tra i rappresentanti commerciali dei tre Paesi si è conclusa senza un'intesa sul rinnovo automatico dell'accordo.
Secondo il rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, i negoziati proseguiranno con incontri annuali nei prossimi dieci anni, come previsto dalle clausole dell'USMCA in caso di mancato consenso.
L'amministrazione Trump punta ora a negoziati bilaterali con Canada e Messico, con l'obiettivo dichiarato di ridurre il deficit commerciale americano e ottenere condizioni ritenute più favorevoli per Washington.
Trump può davvero uscire dal trattato?
La risposta è: non così facilmente.
L'USMCA prevede infatti una procedura di recesso che richiede almeno sei mesi di preavviso. Ma il nodo principale riguarda il diritto costituzionale americano.
Diversi esperti di diritto commerciale ricordano che l'accordo è stato approvato dal Congresso e che, secondo numerose interpretazioni giuridiche, il presidente non potrebbe revocarlo unilateralmente senza un nuovo voto parlamentare.
Un eventuale tentativo della Casa Bianca rischierebbe quindi di aprire una lunga battaglia giudiziaria.
Le imprese temono una nuova stagione di incertezza
Economisti e associazioni imprenditoriali guardano con crescente preoccupazione all'evoluzione dei negoziati.
Anche senza un'uscita immediata dall'accordo, l'incertezza potrebbe frenare nuovi investimenti e complicare le strategie industriali delle aziende nordamericane, che negli ultimi anni hanno costruito filiere sempre più integrate.
Secondo numerosi analisti, rompere l'USMCA significherebbe aumentare i costi di produzione, introdurre nuovi dazi, rallentare la logistica e alimentare nuove pressioni inflazionistiche sui consumatori.
Il Messico è ormai il primo partner commerciale degli Usa
La posta in gioco è enorme.
Dal 2023 il Messico ha superato la Cina, diventando il principale fornitore estero degli Stati Uniti.
Nel solo 2025 Washington ha importato dal Messico beni per oltre 530 miliardi di dollari, mentre le importazioni dal Canada hanno superato i 380 miliardi.
Interrompere o indebolire l'USMCA significherebbe mettere sotto pressione alcune delle aree industriali più strategiche degli Stati Uniti, soprattutto negli Stati del Midwest, dove si concentrano produzione automobilistica, manifattura avanzata e occupazione.
Più probabile una rinegoziazione che una rottura
Molti osservatori ritengono che le dichiarazioni di Trump rappresentino soprattutto una leva negoziale.
Con le elezioni di metà mandato sempre più vicine e un consenso già messo alla prova dall'aumento dei prezzi dell'energia e dall'inflazione, un'uscita totale dall'USMCA rischierebbe infatti di produrre effetti economici negativi proprio sull'elettorato americano.
Per questo motivo lo scenario ritenuto più probabile resta quello di una lunga e complessa rinegoziazione, piuttosto che una rottura definitiva dell'accordo commerciale nordamericano.










