Scontro Francia-Italia, tra vecchi e nuovi colonialismi la (lunga) storia del franco CFA

Scontro Francia-Italia, tra vecchi e nuovi colonialismi

Pochi ne avevano sentito parlare. Fino a quando l’attacco dei due leader cinquestelle, Di Maio e Di Battista, l’ha portato alla ribalta: è il franco CFA (che significava inizialmente “franco delle colonie francesi d'Africa”). Si tratta del nome non di una ma di due valute comuni a diversi Paesi africani, create nel 1945, la cui convertibilità esterna è garantita dal Tesoro francese.

La moneta è stata indicata come la causa che determina la partenza dei migranti. Ma osservando i dati disponibili non c’è alcuna correlazione tra migrazioni e appartenenza all’area monetaria CFA. Da quest'area, in tutto il 2018, sono giunte in Italia meno di 2 mila persone.

Utilizzato attualmente in 14 Paesi africani, quasi tutti francofoni ed ex colonie francesi (fanno eccezione la Guinea equatoriale, ex colonia spagnola, e la Guinea-Bissau, ex colonia portoghese), il franco CFA aveva in principio parità con il franco d'Oltralpe. Successivamente all’introduzione dell’Euro il suo valore è stato agganciato alla nuova valuta (un euro è pari a 655,957 franchi CFA): ciò nonostante è la Banca di Francia, e non la Banca centrale europea, a garantire la sua convertibilità.

Il sistema è a cambi fissi. L’obiettivo era di evitare a questi paesi un impoverimento generalizzato a causa del deprezzamento in cui incorse all’epoca il franco francese (moneta usata nelle colonie) dopo la seconda guerra mondiale. Il meccanismo è stato poi lasciato in essere per assicurare maggiore stabilità monetaria a questi paesi. L’ancoraggio a una moneta forte riduce il rischio di fluttuazioni del cambio, che potrebbero avere effetti negativi sull’economia reale e sui consumatori, tramite la variazione del valore di esportazioni e importazioni, ma anche sugli istituti finanziari che, soprattutto nei paesi meno sviluppati, sono perlopiù indebitati in valuta estera.

Come già detto, è la Francia a garantire la piena convertibilità in euro, ma si tratta di un onere per le riserve della Banca centrale transalpina, che, in cambio, ha richiesto alle due Banche centrali africane coinvolte (i 14 paesi sono suddivisi in due aree, ciascuna delle quali ha una valuta e una banca centrale di riferimento) di depositare una quota (ridotta dal 65% al ​​50% dal 2009) delle loro riserve in valuta estera presso il Tesoro francese. Ogni politica di tasso di cambio fisso richiede, infatti, una riserva di valuta estera (in questo caso, l’Euro) a garanzia.

Sostenere, pertanto, come ha fatto Alessandro Di Battista, che “gli Stati africani sono costretti a versare la metà dei loro denari” al Tesoro francese è impreciso, perché si tratta soltanto di metà delle riserve in valuta straniera detenute dalle banche centrali. E la cifra in gioco è piuttosto contenuta: i depositi sono pari a poco più di 10 miliardi di euro. Occorre, inoltre, ricordare che i 14 paesi non sono costretti a tenere la loro valuta ancorata all’Euro. Se dovessero arrivare esplicite richieste, il presidente francese Emmanuel Macron si è detto disponibile anche ad abolire il franco CFA. Ma nessuno si è ancora pronunciato in tal senso. Infatti, agli occhi degli esponenti dei governi e delle classi dirigenti dei Paesi che lo adottano, il franco CFA è utile e redditizio. Essendo vincolato all’Euro, la moneta è dopotutto stabile. E, quindi, garantisce prezzi costanti, evita scossoni monetari e permette scambi più semplici e sicuri con la Francia e il resto dell’Ue.

È altresì vero che la Francia ricavi un vantaggio legato al controllo indiretto dell’area, allo sfruttamento delle risorse e alle attività delle multinazionali francesi, che grazie al cambio fisso sono in grado di investire nei Paesi africani mettendosi al riparto da improvvise ondate di svalutazione. A farne le spese sono allora i piccoli e medi produttori africani che intendono esportare i loro beni in Europa. Il cambio fisso rende molto costose le loro merci (e, al contempo, agevola gli agricoltori francesi ed europei mettendoli in parte al riparo dalla concorrenza dei produttori africani).

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