Cresce l’occupazione in Italia, ma è perlopiù "precaria". E la distanza con l’Ue resta siderale

Cresce l’occupazione in Italia, ma è perlopiù "precaria"

Ad agosto si registra in Italia un passo in avanti del mercato del lavoro sia rispetto a luglio che allo stesso mese dell’anno precedente. È quanto emerge dagli ultimi dati Istat. Il tasso di occupazione si attesta al 59% (23,37 milioni di lavoratori) e fissa il record storico dall'inizio delle serie (1977). E cresce soprattutto il lavoro dipendente, mentre quello autonomo perde terreno. Buone notizie dall’altro versante: il tasso di disoccupazione scende al 9,7%, ovvero ai minimi da gennaio 2012.

Quindi tutto bene? Non proprio. La crescita più consistente si è avuta nella componente a tempo determinato, che ha fissato un altro record: mai stato rilevato un incremento del lavoro “precario” così robusto dall’inizio delle serie storiche (1992). Aumenta, quindi, la quantità di occupati, anche se resta siderale la distanza dalla media europea che, nel 2017, ha toccato il 72,2%. E, poi, aumentano gli "scoraggiati", coloro che non cercano attivamente un impiego pur essendo disoccuppati.

Il punto più dolente è, tuttavia, un altro. Non si vedono all’orizzonte politiche che mirino efficacemente all’incremento del tasso di occupazione. Sebbene il Reddito di cittadinanza resti una misura necessaria anche per l’Italia - in realtà quello previsto dal governo corrisponde al Reddito minimo di inserimento (Rmi) visto che prevede la selezione della platea dei beneficiari - non sarà certo uno strumento contro la povertà ad accrescere gli occupati. Il rischio è che l'Rmi funzioni meglio laddove serve meno. Soprattutto in un’area afflitta da desertificazione industriale come il Mezzogiorno, dove la prima componente a mancare è l’offerta di lavoro. 

Il rapporto Anci, Cresme e Svimez presentato nei giorni scorsi sembra confermare questa triste verità. Mentre il Centro-Nord è sulla buona strada per il recupero del Pil perso negli anni di crisi (-4,1% la differenza tra 2017 e il 2008), la crescita del Mezzogiorno è ancora inferiore del 10% rispetto ai livelli del 2008. In un confronto europeo, i principali Paesi hanno non solo recuperato, ma persino guadagnato rispetto ai livelli precrisi. Come, ad esempio, la Germania (+12,3%) e la Spagna (2,8%).

Su queste differenze incide pesantemente il ritardo infrastrutturale: al Sud ci sono appena 45 chilometri di ferrovie per 1000 di superficie contro i 65 del Nord e i 59 del Centro. Le linee ad alta velocità presentano appena 122 collegamenti giornalieri, meno della metà di quelli dell'area settentrionale. E la rete autostradale non cresce dal 1990. E ciò ci riporta alla debolezza del tessuto industriale.

Ma c'è qualcosa che rappresenta ancor più efficacemente, seppur in modo estremo, il quadro sul mercato del lavoro specialmente nelle regioni meridionali: è l'Ilva di Taranto, dove tutto diventa paradossale. Meglio rischiare di morire lavorando, piuttosto che essere un disoccupato in buona salute.

Indicatori

La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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