Inflazione, materie prime, gas e petrolio. Il mix letale che mette a rischio la ripresa in Europa

Ecco perché la ripresa dell’economia europea è nelle mani del cartello dei principali produttori di petrolio e della Russia, che è per il Vecchio Continente il primo fornitore di oro blu.

Il mix letale che mette a rischio la ripresa in Europa

La Bundesbank, la Banca centrale tedesca, prevede entro fine anno un aumento dei prezzi fino al 5%, dopo il 4,1% già raggiunto in settembre. Il massimo da 30 anni. Eppure per mesi le principali due banche centrali al mondo, la Fed e la Bce, hanno cercato di rassicurare sul fatto che l’incremento dei prezzi al consumo, in particolare quelli energetici, fosse transitorio. Ma il livello è così alto che ora le autorità monetarie cominciano a preoccuparsi. E si chiedono: sarà davvero transitorio l’incremento e quanto a lungo resterà?

Il rischio è la spirale salariale, che riduce il potere d’acquisto dei lavoratori e quindi i consumi, il cui aumento è alla base della ripresa. Ma non tutto il male vien per nuocere. Almeno per alcuni. Ad esempio, nelle economie fondate sull’export come quella tedesca ed italiana, le imprese esportatrici possono (teoricamente) guadagnare da un aumento dei prezzi, ma resta il fatto che i loro prodotti e servizi restano meno competitivi sul mercato. Per cui, anche in questo caso, l’effetto netto è comunque negativo.

Ma cosa sta spingendo l’inflazione? L’aumento del costo dell’energia. Gli imputati principali sono gas e petrolio. Le quotazioni dell’oro blu sono raddoppiate da inizio anno e quadruplicate dallo scoppio della pandemia. Intanto il flusso dalla Russia, il principale fornitore del Vecchio Continente, continua a diminuire, mentre a Bruxelles si studiano strategie comuni per reagire al caro energia, che comincia a fermare le attività industriali. L’idea, in particolare, è creare un consorzio volontario tra le aziende europee delle reti per comprare insieme e immagazzinare il metano. Una vera e propria alleanza per stoccare il gas. Una riserva da utilizzare nei momenti di tensione sui prezzi dell’energia e di difficoltà nell’approvvigionamento.

L’altro oro, quello nero, è salito al record da 7 anni. E l’Opec+, il cartello dei maggiori paesi produttori di petrolio allargato alla Russia, ha deciso di non soccorrere il mercato, facendo schizzare i prezzi. In un nuovo vertice lampo la coalizione ha infatti deciso di non aprire i rubinetti più di quanto avesse previsto a luglio, prima dello shock energetico che sta investendo non solo l’Europa ma il mondo intero.

I governi di alcune fra le maggiori economie mondiali (Stati Uniti, Ue e India) nei giorni scorsi avevano fatto pressioni sull'Opec+ perché rivedesse la sua politica sulla produzione. Ma le cose non sono andate così e ora si apre spazio per una nuova fiammata dei prezzi, che avrà inevitabili conseguenze sull’inflazione.

In tale quadro si inserisce poi l’aumento del costo delle materie prime. In Italia, l’allarme è stato lanciato da Confartigianato. Per i piccoli imprenditori, che costituiscono oltre il 90% del tessuto imprenditoriale italiano, “gli aumenti di prezzo delle commodities non energetiche costano, su base annua, 46,2 miliardi”. Una batosta.

Gas, petrolio e materie prime. Una spirale negativa che, a livello europeo, potrebbe indurre la Bce a rivedere al rialzo i tassi di interesse prima del previsto. Il che si tradurrebbe, inevitabilmente, in una frenata della ripresa dell’economia comunitaria. A vantaggio di chi? Probabilmente della Cina e, in seconda battuta, della Russia. La prima soprattutto dal punto di vista economico, la seconda per motivi geopolitici.

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