
Terreni, energie rinnovabili e stabilità politica rendono l’Australia una destinazione ideale per i data center. Ma la partita è più grande: il governo laburista di Anthony Albanese vuole trasformare il Paese da semplice consumatore di tecnologia a protagonista dello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
OpenAI e Anthropic premono sul governo
Le grandi aziende statunitensi prospettano investimenti miliardari e un ruolo strategico per Canberra nella competizione tecnologica con la Cina. Tra le ipotesi al vaglio c’è una revisione delle norme sul copyright, per facilitare l’addestramento dei modelli di IA su contenuti protetti.
Il rischio? Attirare capitali e infrastrutture offrendo alle piattaforme condizioni più favorevoli per utilizzare libri, musica, articoli e altre opere creative, anche di autori stranieri.
La protesta dell’industria musicale
La Confederazione internazionale degli editori musicali (ICMP) ha invitato l’Australia a non anticipare gli esiti delle controversie giudiziarie in corso negli Stati Uniti. Il timore è che una riforma troppo permissiva finisca per indebolire il potere contrattuale degli autori e legittimare l’utilizzo delle loro opere senza adeguate garanzie.
Tra le soluzioni discusse figurano licenze obbligatorie e meccanismi di esclusione volontaria (opt-out): un possibile cambio di paradigma, perché sposterebbe sui titolari dei diritti l’onere di opporsi all'utilizzo delle proprie creazioni.
Quando le big tech negoziano da Stati sovrani
Il dibattito investe anche il ruolo delle istituzioni. Il parlamentare indipendente David Pocock ha sollevato dubbi sui rischi per i creativi, sulla necessità di ricavare benefici duraturi dai data center e sugli investimenti nella riqualificazione dei lavoratori esposti all’automazione.
La questione, quindi, non riguarda soltanto il copyright. Riguarda anche chi stabilisce le regole, chi incassa i profitti e chi sostiene i costi della trasformazione tecnologica.
La sovranità nell’era dell’intelligenza artificiale
Come avverte la scrittrice Arundhati Roy, il potere delle piattaforme potrebbe arrivare a sovrapporsi a quello degli Stati, intrecciandosi con economie, intelligence e apparati di sicurezza.
La domanda per Canberra è cruciale: per non perdere la corsa globale all’IA, una democrazia deve davvero indebolire le proprie tutele? Oppure servono accordi internazionali che garantiscano innovazione, concorrenza e diritti?








