Il conflitto medio-orientale e il precario equilibrio dell’economia americana

Gli effetti del conflitto sui mercati finanziari globali che temono l’ipotesi peggiore

Il conflitto medio-orientale e il precario equilibrio dell’economia america

“La crisi in Medio Oriente può avere effetti devastanti per l’economia mondiale”. “Ci saranno contagi a catena sui mercati finanziari e un’eventuale escalation comprometterà la lotta all’inflazione”. Due frasi piuttosto allarmistiche pronunciate rispettivamente dal presidente della Banca Mondiale, Ajay Banga (il 24 ottobre) e dal numero uno della Federal Reserve, Jerome Powell (il giorno prima).

Insomma, non è solo una questione di prezzi petroliferi, che si impennano a ogni crisi in Medio Oriente. In questo caso sono già saliti del 10 per cento, il che equivale a un -0,15 per cento di crescita globale secondo l’Fmi.

Per il momento, tuttavia, in molti escludono lo scenario peggiore, quello di guerra totale con il coinvolgimento di una lunga serie di altri Paesi, petrolio a 150 dollari al barile (oggi è sugli 85) e inflazione che raddoppia nell’Eurozona rispetto all’attuale previsione del 2,7 per cento nel 2024. 

Il quadro resta in ogni caso complesso, anche alla luce della situazione americana. Negli stessi giorni dell’attacco di Hamas, alle riunioni del Fmi a Marrakech è stata evocata per la prima volta la possibile insolvenza degli Stati Uniti nel rimborsare i buoni del Tesoro che diffondono in tutto il pianeta – Cina, Giappone e perfino Russia compresi – per finanziare il gigantesco budget, composto per il 15 per cento da spese militari (900 miliardi su 6.500 di uscite complessive).

Il deficit federale è triplicato in un anno fino a 1.700 mld (l’8 per cento del Pil) e il debito è arrivato a superare ampiamente la soglia dei 30mila mld (il 130 per cento del Pil, che a sua volta è di 22mila mld): pesano i quasi tremila miliardi di dollari da qui a fine decennio per la ripresa post Covid, le costose operazioni in Ucraina (intorno ai 100 mld), e la preparazione al peggio per Taiwan.

Alla crisi israeliana gli Usa hanno per ora dedicato 10 miliardi, destinati a lievitare se la situazione peggiora. Gli Stati Uniti sembrano ancora credere alla possibilità di finanziarsi all’infinito perché il dollaro è a tutt’oggi la moneta di riserva del mondo. Ma sono in crescita i tentativi di “de-dollarizzazione”, con la creazione di zone economiche alternative e l’utilizzo di monete diverse dal dollaro nelle transazioni internazionali.

Intanto il tasso sui Treasury Bond decennali ha superato il 5 per cento per la prima volta in 17 anni. L’agenzia di rating Fitch ha tolto la tripla A agli Usa, fatto mai accaduto dal Dopoguerra.

C’è poi l’incognita dell’Iran. Gli Stati Uniti stavano cercando di ricomporre i rapporti riavviando il sofferto accordo sulle forniture di componenti e combustibili per l’energia nucleare a Teheran. Tutto dissolto la mattina dello scorso 7 ottobre.

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