
L’accordo tra Stati Uniti e Iran dovrebbe mettere fine a mesi di tensioni e combattimenti che hanno colpito il Medio Oriente (il condizionale è d’obbligo visto che le due parti continuano a sferrare reciproci colpi come accaduto anche nella notte tra sabato e domenica), ma il bilancio politico ed economico lascia comunque sul campo vincitori e sconfitti.
Washington rivendica il successo sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, Israele paga il prezzo di una strategia contestata e Teheran resta indebolita dalle devastazioni militari e dalle pressioni internazionali.
Ma sullo sfondo emerge un altro attore: la Cina.
Pechino, la nuova “banca centrale” del petrolio.
Quando il blocco dello Stretto di Hormuz ha fatto temere una nuova crisi energetica globale, molti analisti avevano previsto un’impennata dei prezzi del greggio, con scenari simili agli shock petroliferi degli anni Settanta.
La realtà è stata diversa: il petrolio è rimasto su livelli elevati ma lontani dai picchi temuti.
Uno dei motivi principali è stato il ruolo cinese: Pechino ha ridotto le importazioni di petrolio, utilizzato le enormi riserve strategiche accumulate negli anni e contribuito ad attenuare la pressione sul mercato.
La mossa silenziosa del Dragone.
La Cina ha tagliato drasticamente gli acquisti di greggio via mare, mentre il rallentamento della domanda interna, l’aumento delle energie rinnovabili e la crescita delle auto elettriche hanno ridotto il fabbisogno energetico.
A questo si aggiunge una capacità di stoccaggio enorme: Pechino dispone di riserve petrolifere superiori a quelle di molti grandi Paesi occidentali.
Dalla vecchia Arabia Saudita alla nuova Cina.
Per decenni era Riyadh a influenzare il mercato decidendo quanto petrolio immettere sul mercato.
Oggi il ruolo cambia: la Cina non controlla il petrolio attraverso la produzione, ma attraverso la domanda. Quando Pechino compra o rallenta gli acquisti, il mercato globale reagisce.
La nuova arma geopolitica cinese.
La crisi di Hormuz ha mostrato che la potenza cinese non si misura solo con fabbriche, tecnologia e commercio, ma anche con la capacità di condizionare gli equilibri energetici mondiali.
La Cina si presenta sempre più come un attore stabilizzatore dei mercati, mentre gli Stati Uniti devono fare i conti con una realtà più complessa: il potere globale passa anche dal controllo delle catene energetiche.
Il vero vincitore della crisi di Hormuz potrebbe quindi non essere chi ha combattuto, ma chi ha saputo governare il mercato.



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