
Gli Stati Uniti introducono a partire da venerdì (24 luglio) nuovi dazi compresi tra il 10% e il 12,5% su prodotti provenienti da circa 60 Paesi, sostituendo le tariffe temporanee del 10% in vigore negli ultimi cinque mesi.
Secondo la Casa Bianca, le nuove misure mirano a contrastare il lavoro forzato nelle catene globali di approvvigionamento. I Paesi che adottano normative ritenute efficaci contro lo sfruttamento del lavoro saranno soggetti a un dazio del 10%, mentre quelli giudicati meno rigorosi vedranno applicata un'aliquota del 12,5%.
Coinvolti i principali partner commerciali
L'indagine condotta dall'Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti coinvolge alcune delle principali economie mondiali, tra cui Unione Europea, Regno Unito, Canada, Giappone, Corea del Sud, India, Brasile e Cina.
Restano esclusi dalle nuove misure i prodotti già soggetti a dazi specifici per motivi di sicurezza nazionale, come acciaio, alluminio, automobili e componentistica, oltre a beni strategici quali petrolio, gas naturale e fertilizzanti.
Una nuova strategia commerciale di Trump
Secondo numerosi osservatori internazionali, il nuovo provvedimento rappresenta anche un tentativo dell'amministrazione Trump di ricostruire il proprio sistema tariffario dopo le recenti decisioni della magistratura americana che avevano limitato parte delle precedenti misure commerciali.
L'utilizzo della Sezione 301 del Trade Act del 1974, già impiegata in passato nelle dispute commerciali con la Cina, offre infatti una base giuridica ritenuta più solida per introdurre nuove tariffe.
Rischio nuove tensioni sul commercio globale
L'annuncio arriva in una fase già delicata per il commercio internazionale, segnata dalle tensioni geopolitiche, dalle incertezze sulle catene di approvvigionamento e dal rallentamento della crescita globale.
Le nuove tariffe potrebbero incidere sui costi delle importazioni, alimentare nuove controversie presso l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e aumentare la pressione sulle imprese esportatrici. Allo stesso tempo, Washington lascia aperta la porta a una riduzione delle aliquote per quei Paesi che rafforzeranno concretamente le misure contro il lavoro forzato, trasformando i dazi anche in uno strumento di pressione diplomatica oltre che commerciale.



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