
L’immigrazione non è più un fenomeno emergenziale, ma una componente strutturale dell’Europa. A quasi dieci anni dalla crisi dei rifugiati del 2015, una persona su sei nell’Europa occidentale è nata all’estero.
Secondo il decimo Rapporto sull’integrazione degli immigrati in Europa, realizzato dall’Osservatorio sulle Migrazioni del Centro Studi Luca d’Agliano e del Collegio Carlo Alberto, la quota di residenti nati all’estero nei Paesi dell’UE-14 è salita dal 12% al 15,5% tra il 2015 e il 2024.
MIGRANTI PIÙ ISTRUITI E PIÙ PRESENTI NEL MONDO DEL LAVORO
Negli ultimi dieci anni il profilo degli immigrati è cambiato profondamente. Oggi i migranti sono mediamente più istruiti, partecipano maggiormente al mercato del lavoro e risultano meno concentrati nelle occupazioni meno qualificate rispetto al passato.
Il tasso di occupazione è cresciuto sia tra gli immigrati sia tra i nativi, confermando il ruolo sempre più importante della forza lavoro straniera in un continente che deve fare i conti con l’invecchiamento della popolazione e la carenza di manodopera in numerosi settori strategici.
IL PARADOSSO DELL’INTEGRAZIONE
Nonostante i progressi, il rapporto evidenzia un dato cruciale: il miglioramento assoluto non si traduce in una piena convergenza con i cittadini nativi.
Il divario occupazionale medio resta vicino ai 10 punti percentuali e in alcuni Paesi, tra cui Italia, Grecia e Portogallo, la distanza si è addirittura ampliata. Non perché gli immigrati lavorino meno, ma perché l’occupazione dei nativi è cresciuta più rapidamente.
In Italia, ad esempio, il tasso di occupazione dei cittadini italiani è aumentato più velocemente rispetto a quello dei lavoratori stranieri, mantenendo elevata la distanza tra i due gruppi.
LA SFIDA È LA QUALITÀ DEL LAVORO
Un altro nodo riguarda la qualità dell’occupazione. Sebbene sia diminuita la quota di immigrati impiegati in mansioni elementari e a bassa qualificazione, resta significativo il divario nell’accesso alle professioni ad alto valore aggiunto.
Molti lavoratori stranieri continuano infatti a essere impiegati al di sotto delle proprie competenze, un fenomeno che gli economisti definiscono “brain waste”, ovvero lo spreco di capitale umano qualificato.
L’EUROPA CHE INVECCHIA HA BISOGNO DEI MIGRANTI
Le più recenti analisi della Commissione europea e delle organizzazioni internazionali confermano che, senza l’apporto dell’immigrazione, molti Paesi europei vedrebbero ridursi la popolazione in età lavorativa, con effetti negativi sulla crescita economica, sui sistemi pensionistici e sulla sostenibilità dei conti pubblici.
Per gli esperti, la sfida dei prossimi anni non sarà soltanto favorire l’ingresso nel mercato del lavoro, ma valorizzare pienamente competenze e qualifiche attraverso il riconoscimento dei titoli di studio, la formazione linguistica e percorsi più efficaci di integrazione professionale.
DA EMERGENZA A RISORSA STRATEGICA
Il decennio 2015-2024 racconta un’Europa sempre più multiculturale e interconnessa. Ma evidenzia anche che il successo delle politiche migratorie non si misura soltanto dal numero di persone accolte, bensì dalla capacità di trasformare l’immigrazione in una leva di crescita, innovazione e coesione sociale.









