
L’Italia torna a riempire le piazze. Lo sciopero generale del 30 ottobre, proclamato dall’USB e sostenuto da diverse sigle del sindacalismo di base, ha coinvolto oltre sessanta città, portando insieme studenti, lavoratori, precari, pensionati, agricoltori e movimenti sociali.
Al centro della protesta, il caro vita, i salari insufficienti, il diritto alla casa e allo studio, il dissenso contro il riarmo e le politiche economiche del governo Meloni. Una mobilitazione che ha visto soprattutto i più giovani assumere un ruolo da protagonisti, saldando le rivendicazioni della scuola con quelle del lavoro e della pace.
Il nodo dei numeri
Le dimensioni della partecipazione restano controverse. USB ha parlato di circa un milione e mezzo di persone nelle piazze italiane, mentre il Viminale ha conteggiato 255mila partecipanti. Una distanza considerevole che restituisce anche il peso politico della giornata e la difficoltà di quantificare una mobilitazione articolata in decine di manifestazioni.
Roma, cortei fino a sera e scontri
Nella Capitale la protesta si è protratta per ore, con studenti e manifestanti provenienti da diversi quartieri. Dopo il corteo principale, alcuni gruppi hanno tentato di raggiungere le sedi istituzionali, dando vita a momenti di tensione con le forze dell’ordine. La maggior parte delle iniziative, tuttavia, si è svolta pacificamente.
Da Bologna ai porti: la protesta si allarga
La mobilitazione ha assunto forme diverse nelle città italiane. A Bologna il corteo ha attraversato la tangenziale, bloccandola per alcune ore; a Milano la protesta ha interessato la tangenziale Est. A Napoli studenti e lavoratori hanno raggiunto le aree portuali. La dimensione della giornata è andata oltre i confini nazionali: le iniziative contro il traffico di armi hanno coinvolto, secondo USB, più di cento scali portuali in diciassette Paesi.
La generazione che non vuole restare in silenzio
La giornata del 30 ottobre segnala qualcosa che va oltre la tradizionale mobilitazione sindacale. Una parte consistente dei giovani non si riconosce nelle prospettive offerte dal presente: salari bassi, precarietà, difficoltà abitative, servizi pubblici sotto pressione e timori per il futuro.
La protesta mette così in relazione questioni spesso trattate separatamente: costo della vita, istruzione, lavoro, disuguaglianze e spesa militare. Resta da capire se questa partecipazione riuscirà a trasformarsi in un movimento stabile e in una pressione politica capace di incidere sulle scelte del governo.




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