G8 di Genova, la lezione che in pochi hanno voluto imparare

Fra il 20 e il 23 luglio 2001 fu soffocato sul nascere, con la violenza e la tortura, un movimento sociale che ha avuto il merito storico di avere introdotto sulla scena pubblica la prima importante critica teorica e pratica alla globalizzazione

 G8 di Genova, la lezione che in pochi hanno voluto imparare
Gli scontri durante il G8 di Genova

A 20 anni dal G8 di Genova, Micromega ricorda l’anniversario con un saggio di Lorenzo Guadagnucci che ricostruisce i giorni in cui, con la violenza e la tortura, fu soffocato sul nascere un movimento sociale che ha avuto il merito storico di avere introdotto sulla scena pubblica la prima importante critica teorica e pratica alla globalizzazione neoliberista. Una critica dal sapore amaro di un’occasione mancata.

“Nelle parole di Genova si immaginava una società del dopo sviluppo, capace di costruire un’economia di giustizia, con meno consumismo e più sobrietà, articolata attorno a beni comuni sottratti alla logica di mercato; una società e un’economia in grado di fare proprio il senso del limite. Un sogno? Un’irrealistica utopia? Una fuga dalla realtà? Qualcuno lo disse allora, lo ha ripetuto in seguito e a maggior ragione lo sostiene adesso. Ma non sappiamo fin dove potesse spingersi quel movimento, in che modo avrebbe potuto attuare i suoi progetti, perché – appunto – fu prima criminalizzato e poi soffocato nella tortura e nel sangue.”

“Molti degli scenari descritti nelle giornate di Genova si sono puntualmente realizzati. La crisi dei mutui subprime, fra 2007 e 2008, ha materializzato la profezia genovese di Walden Bello; i grandi eventi estremi e i rapporti sul collasso climatico hanno certificato la natura distruttiva del modello di sviluppo messo sotto accusa; le politiche d’austerità gestite dalle tecnocrazie europee e i “memorandum” imposti alla Grecia si sono rivelati la versione per il Vecchio continente dei piani di aggiustamento strutturale riservati fin dagli anni Ottanta e Novanta ai Paesi sudamericani più indebitati; i sistemi sanitari nazionali, sottoposti a continue privatizzazioni, hanno evidenziato tutti i limiti del “mercato della salute” – denunciato a gran voce anche a Genova – di fronte alla pandemia di Covid-19, e lo stesso principio della proprietà intellettuale, applicato ai vaccini, si è dimostrato un ostacolo nella lotta contro il virus, com’era d’altronde già accaduto con la pandemia di Aids. E ancora: i muri alzati lungo i confini di Stato e il Mediterraneo divenuto cimitero di profughi e fuggiaschi hanno conferito spessore profetico alla manifestazione genovese del 19 luglio 2001, quando un variopinto “corteo dei migranti” indicò l’intima e rivelatrice contraddizione fra la libertà di movimento pretesa con dogmatica determinazione per denaro, merci e cittadini degli Stati ricchi, ma negata all’umanità più bisognosa di muoversi per ragioni di lavoro e buona vita.

“La vicenda genovese insegna due cose: la prima è che non è sufficiente avere ragione, formulare una buona e convincente lettura del mondo, per guadagnare terreno nella società e avviare processi di reale e profondo cambiamento. La seconda è che il potere politico – anche nelle attuali democrazie – quando si sente in pericolo è disposto a mettere da parte perfino lo Stato di diritto pur di tagliare i rifornimenti, cioè il consenso, al suo avversario.”

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