
Le imprese quotate continuano a macinare utili record, ma il beneficio per i lavoratori resta limitato. Nel 2026 gli stipendi aumenteranno in media solo del 3,5–3,6%, una percentuale pressoché identica a quella del 2025. È quanto emerge dalle analisi di Peoplematters, Mercer e Aon, principali società di consulenza in materia di retribuzioni.
Inflazione quasi pari agli aumenti
L’incremento salariale previsto supera di poco l’inflazione: 3% a novembre e 2,9% stimato a fine 2025 (Funcas). In pratica, nessun vero recupero strutturale del potere d’acquisto, soprattutto per i redditi medi. E il divario tra vertici aziendali e lavoratori resta enorme.
Dirigenti sempre più lontani dai dipendenti
Secondo Oxfam Intermón, nelle 40 maggiori aziende spagnole i top manager guadagnano 111 volte lo stipendio medio. Un dato che fotografa una crescita squilibrata: l’economia corre, ma i salari restano indietro. “Il miglioramento non sta raggiungendo la maggior parte dei lavoratori”, denuncia l’organizzazione.
“In Spagna c’è un problema salariale serio”
Jorge Herraiz, Director Talent Solutions di Aon, è netto: “Le grandi aziende premiano dirigenti e azionisti, non i dipendenti”. Gli incentivi di lungo periodo gonfiano le retribuzioni dei manager, mentre i salari ordinari restano compressi. Il risultato è una stagnazione strutturale, mascherata da piccoli aumenti nominali.
Un confronto che penalizza
Guardando oltre i confini nazionali, la situazione appare ancora più critica. Per il 2026: Germania, Regno Unito e USA: +4%; Cina e Brasile: +5%; Italia e Portogallo: +3,5%; Francia: +3,6%. La Spagna (e con lei l’Europa mediterranea) resta in fondo alla classifica, nonostante una crescita economica superiore alla media.
Salari bassi, fuga dal lavoro
Secondo Mercer, la retribuzione è tornata a essere la prima causa di cambio di lavoro. Il caro vita ha eroso le certezze e reso evidente il gap tra stipendi e costo della vita. Senza un salto salariale, la mobilità continuerà a crescere.
Sindacati pronti allo scontro
La stagnazione spinge le Commissioni Operaie (CCOO) a cambiare strategia nei negoziati per il Contratto Collettivo 2026. L’idea è superare gli aumenti uguali per tutti e introdurre meccanismi differenziati, premiando chi ha perso più potere d’acquisto. I redditi medi – circa 2.618 euro al mese – sono i più penalizzati.
Il paradosso degli stipendi medi
I salari più bassi hanno beneficiato dell’aumento del salario minimo, quelli più alti della competizione per i talenti. In mezzo, milioni di lavoratori bloccati. Oggi il 64% dei dipendenti guadagna meno della media, con oltre 10 milioni sotto del 10%.
Aumenti selettivi, non per tutti
Le aziende, intanto, cambiano approccio. “Gli aumenti generalizzati sono finiti”, spiega Peoplematters. Crescono invece gli incrementi mirati: +8%, +10%, fino al +15% per profili strategici o introvabili. Tecnologia, sanità, edilizia e ruoli commerciali guidano la corsa.
Il rischio: un mercato del lavoro a due velocità
Dirigenti, tecnici specializzati e profili ad alto potenziale avanzano. Il resto resta fermo. Con una conseguenza chiara: più disuguaglianze, meno motivazione, contratti collettivi svuotati. E una domanda che resta aperta: perché assumersi più responsabilità se di fatto non vengono riconosciute e quindi pagate?





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