USA, dov’è la “nuova età dell’oro” promessa da Trump?

Nel quarto trimestre del 2025 il Pil statunitense rallenta all’1,4% su base annua. L’inflazione torna a salire e gli analisti ridimensionano le aspettative sull’economia americana. Tra consumi in calo, tassi ancora elevati e incertezza politica, la locomotiva degli Stati Uniti mostra segnali di affaticamento

USA, dov’è la “nuova età dell’oro” promessa da Trump?

L’economia degli Stati Uniti chiude il 2025 con una crescita complessiva del 2,2%, in calo rispetto al 2,8% registrato nel 2024. A indicarlo sono i dati del Bureau of Economic Analysis (BEA), che mostrano un evidente rallentamento negli ultimi mesi dell’anno. Nel quarto trimestre del 2025, infatti, il Pil statunitense è cresciuto solo dell’1,4% su base annua, un dato nettamente inferiore alle aspettative degli analisti e in forte calo rispetto al +4,4% registrato nel terzo trimestre. Un segnale che alimenta dubbi sulla solidità della ripresa e sulla capacità della prima economia mondiale di mantenere ritmi di crescita elevati nel medio periodo.

Dati inferiori alle aspettative dei mercati

Le previsioni degli economisti indicavano una crescita quasi doppia negli ultimi tre mesi dell’anno. Il dato reale ha quindi deluso le attese dei mercati finanziari, rafforzando la percezione di una fase di raffreddamento dell’economia Usa.

Secondo diversi analisti, il rallentamento è legato soprattutto a: consumi privati meno dinamici; investimenti aziendali più cauti; condizioni finanziarie ancora restrittive; tassi di interesse elevati mantenuti dalla Federal Reserve. Nonostante il mercato del lavoro resti relativamente robusto, la crescita appare sempre più dipendente dalla spesa delle famiglie, che mostra segnali di progressivo indebolimento.

Inflazione in risalita: la Fed resta prudente

A complicare il quadro macroeconomico è il ritorno di pressioni inflazionistiche. A dicembre 2025 l’indice PCE (Personal Consumption Expenditures) – la misura dell’inflazione preferita dalla Federal Reserve – è salito dello 0,4% su base mensile, rispetto allo 0,2% di novembre. Il dato ha superato le aspettative degli analisti, che prevedevano un aumento dello 0,3%. Su base annuale l’inflazione PCE si è attestata al 2,9%, leggermente sopra le stime di mercato e vicino ai livelli registrati all’inizio del 2025.

Ancora più significativo il dato core, che esclude energia e alimentari: +0,4% su base mensile, il doppio rispetto al mese precedente; +3% su base annua, il valore più alto dall’aprile 2025. Numeri che indicano come la battaglia contro l’inflazione non sia ancora conclusa.

Il nodo dei tassi di interesse

L’andamento dei prezzi rende più complicata la strategia della Federal Reserve. Dopo una lunga fase di politica monetaria restrittiva, la banca centrale statunitense aveva lasciato intendere la possibilità di tagli dei tassi nel corso del 2026. Tuttavia il ritorno di pressioni inflazionistiche potrebbe costringere la Fed a mantenere una linea più prudente.

Tassi elevati più a lungo potrebbero frenare ulteriormente: il mercato immobiliare; gli investimenti delle imprese; il credito al consumo. Tutti fattori cruciali per sostenere la crescita economica.

Le promesse di Trump sotto esame

Il rallentamento dell’economia arriva in un momento politicamente delicato negli Stati Uniti. Durante la campagna elettorale, Donald Trump aveva promesso una “nuova età dell’oro” per l’economia americana, basata su deregolamentazione, tagli fiscali e rilancio dell’industria nazionale.

Ma i dati macroeconomici più recenti mostrano una realtà più complessa: crescita in rallentamento, inflazione ancora sopra il target della Fed e un contesto globale incerto, segnato da tensioni geopolitiche e catene di approvvigionamento fragili.

Il 2026 sarà decisivo per l’economia globale

Nonostante il rallentamento, gli Stati Uniti restano la principale locomotiva dell’economia mondiale. Tuttavia gli analisti ritengono che il 2026 sarà un anno cruciale per capire se l’economia a stelle e strisce riuscirà a tornare a ritmi di crescita più sostenuti.

Molto dipenderà da tre fattori chiave: l’evoluzione dell’inflazione; le decisioni della Federal Reserve sui tassi; la capacità della politica economica di stimolare investimenti e produttività. Per ora, la “nuova età dell’oro” evocata nella retorica politica appare ancora lontana.

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