
La guerra in Medio Oriente scuote le borse europee e cancella oltre 1.100 miliardi di euro di capitalizzazione. Dall’inizio del conflitto, lo Stoxx 600 – indice che raccoglie le principali società quotate del continente – ha perso circa il 6%, riflettendo un clima di forte avversione al rischio.
Una reazione immediata che segnala quanto i mercati siano sensibili alle tensioni geopolitiche, soprattutto quando toccano il nodo energetico globale.
Il fattore Hormuz: energia e catene globali a rischio
Al centro delle preoccupazioni c’è lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il trasporto di petrolio e materie prime. Un’eventuale chiusura o limitazione dei flussi potrebbe generare un effetto domino su inflazione, produzione industriale e commercio internazionale.
Gli investitori stanno già prezzando questo scenario, con un aumento della volatilità e una rotazione dei capitali verso asset più difensivi.
Utili in frenata: crescita ridotta al minimo
Secondo le stime di Bloomberg Intelligence, l’impatto sugli utili delle aziende europee sarà significativo. Per il 2026 si prevede una crescita dell’utile per azione (EPS) di appena il 5%, ben lontana dal +25,5% registrato dopo la crisi pandemica.
Un segnale chiaro: la fase espansiva delle corporate europee rallenta bruscamente, compressa da costi energetici più alti e domanda incerta.
Dividendi e buyback in calo
A risentirne sarà anche la remunerazione degli azionisti. Le aziende europee potrebbero ridurre del 16% i programmi di riacquisto di azioni proprie (buyback), una delle leve principali per sostenere i prezzi in Borsa.
I settori più esposti sono energia, sanità e finanziario, già alle prese con margini sotto pressione e maggiore incertezza.
Energia: tra opportunità e incognite
Il rialzo del prezzo del petrolio sopra i 100 dollari potrebbe favorire nel breve periodo i ricavi delle società energetiche. Tuttavia, l’incertezza sulle forniture e la volatilità dei mercati rendono difficile pianificare investimenti e strategie di lungo termine.
Banche più caute: meno credito e più accantonamenti
Nel settore finanziario si prevede una frenata delle attività. Dopo il picco di 54 miliardi di euro registrato lo scorso anno, le banche potrebbero ridurre operazioni e dividendi per preservare capitale.
L’aumento del rischio macroeconomico spinge inoltre verso maggiori accantonamenti per possibili perdite su crediti, segnale di una crescente prudenza.
Un impatto più forte del 2022?
La vera preoccupazione degli analisti è che lo shock attuale possa superare quello inflattivo del 2022. Allora il problema era l’aumento dei prezzi; oggi si sommano guerra, energia, commercio globale e fiducia degli investitori.
Un mix potenzialmente più destabilizzante per l’economia europea.










