
Giorgia Meloni e Mette Frederiksen alzano il tono sul dossier migratorio. In un messaggio congiunto, le due premier chiedono all’Europa di dire no a un’immigrazione “incontrollata” e di rafforzare la protezione delle frontiere esterne.
Al centro della strategia ci sono i centri di rimpatrio nei Paesi terzi, una delle misure su cui Roma e Copenaghen spingono da tempo. Il nuovo quadro europeo sui rimpatri consente effettivamente agli Stati membri di creare questi hub fuori dall’Ue, attraverso accordi con Paesi sicuri e nel rispetto dei diritti fondamentali.
La partita entra così in una nuova fase. Il Patto Ue su migrazione e asilo è operativo dal 12 giugno 2026 e punta a rendere più uniforme la gestione delle frontiere, delle procedure d’asilo e dei rimpatri.
L’asse Meloni-Frederiksen arriva mentre la crisi di Ceuta ha riacceso le tensioni tra i governi europei. Roma mantiene i controlli temporanei alle frontiere con la Spagna, mentre Madrid ha reagito annunciando misure analoghe nei confronti dei viaggiatori provenienti dall’Italia.
Il tema divide però l’Europa. I sostenitori dei return hubs li considerano uno strumento per rendere effettivi i rimpatri; i critici evidenziano invece i costi, le difficoltà operative e i possibili contenziosi sul rispetto dei diritti umani.
A Bruxelles, intanto, cresce il pressing politico. Il Ppe chiede una road map vincolante per accelerare l’attuazione dei nuovi strumenti, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani insiste sul rafforzamento di Frontex e sulla necessità di una gestione realmente europea delle frontiere.
La sfida per Meloni è quindi doppia: trasformare l’emergenza migratoria in una politica europea comune e impedire che il ritorno dei controlli nazionali e delle tensioni tra Stati membri finisca per indebolire Schengen.
Il messaggio di Roma e Copenaghen è chiaro: meno gestione nazionale dell’emergenza, più controllo europeo delle frontiere e rimpatri realmente efficaci.






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