La storia maledetta del 3%. Sarebbe meglio una regola flessibile

La storia maledetta del 3%. Sarebbe meglio una regola flessibile

Tutti o quasi contro il 3%, quel fatidico parametro di Maastricht che ora in tanti maledicono. La soglia è stata elaborata negli anni '80 da un funzionario del governo di François Mitterand: Guy Abeille, che ai tempi non era ancora trentenne.

La storia è andata così. Dopo la vittoria alle elezioni del 1981 in Francia i socialisti guidati da Mitterand per mantenere le costose promesse elettorali portano il deficit da 50 a 95 miliardi di franchi. Allora, per arginare l’incremento della spesa pubblica, Mitterrand chiese aiuto al vice direttore del dipartimento del Bilancio al ministero delle Finanze, Pierre Bilger, che contatta due giovani esperti: Roland de Villepin, cugino del futuro primo ministro Dominique de Villepin e Guy Abeille.

È proprio quest’utimo a rivelare molti anni dopo a Le Parisien di aver “stabilito il tetto del 3% in meno di un'ora senza alcuna riflessione teorica”. In quel momento Mitterrand ha bisogno di una regola facile da utilizzare con i suoi ministri che chiedeno più fondi. E il rigido paletto funziona per tutti gli anni ’80 ad eccezione di uno, il 1986. Così, a dicembre 1991, quella regola viene promossa da "francese" ad "europea" ed entra a pieno titolo nei parametri di Maastricht.

Occorre, tuttavia, considerare che all’inizio degli anni ’90 le condizioni macroecnomiche erano ben diverse da quelle, ad esempio, degli ultimi dieci anni: il livello di indebitamento europeo era pari al 60% del Pil, la crescita al 5% e l'inflazione al 2%. In questa situazione i debiti potevano crescere al massimo di un 3% all'anno, per non superare la soglia del 60%.

È stata, poi, la crisi internazionale a far capire che la soluzione migliore non è dare sempre la stessa pillola indipendentemente dallo stato di salute del paziente. Si è compreso che un meccanismo rigido impedisce di attivare politiche anticicliche. Il che vuol dire non poter fare investimenti in deficit nelle fasi recessive – ovvero quando c’è effettivo bisogno - per risollevare l’economia. Ma può avere un senso aumentare il debito in un momento di contrazione dell’economia soltanto a due condizioni. Che la spesa sia destinata a investimenti di lungo periodo e che il debito di partenza non sia esageratamente alto.

Rispetto alle anticipazioni fornite dal governo italiano in entrambi i casi le condizioni non sembrano essere rispettate. È l’opinione dell’economista Francesco Daveri: “Il debito italiano è molto alto e il reddito minimo, la flat tax e la riforma delle pensioni sono provvedimenti che mettono immediatamente più redditi nelle tasche delle persone. Sono misure normali, non eccezionali, che producono uniformemente i loro effetti da quando sono introdotte in ogni periodo di tempo.”

Detto ciò, l’ideale sarebbe avere un deficit pari a zero. Uno stato che non si indebita è più libero da possibili influenze straniere. E può trattare allo stesso modo le generazioni attuali e quelle future, senza cioè dover addebitare a queste ultime carichi di spesa non competenti per periodo.

Ma è teoria pura. Nella pratica dell’economia reale il deficit sale e scende in automatico. Quando la crescita perde slancio, scendono le entrate fiscali – perché diminuisce la base imponibile – e aumenta la spesa sociale. E avviene l’opposto nella fasi espansive. Imporre, dunque, ai governi di tenere in equilibrio i conti anche durante una crisi è controproducente: per eliminare il deficit “automatico” bisognerebbe ridurre la spesa pubblica o aumentare le aliquote di imposta, il che peggiorerebbe la recessione.

Ma è proprio quello che è avvenuto in molti paesi europei tra il 2011 e il 2012 durante la crisi dell’euro. Va, tuttavia, ricordato che per evitare il default sul debito purtroppo non c’è alternativa all’adozione di politiche di bilancio restrittive.

Sarebbe allora più logico avere una regola flessibile piuttosto che una fissa, il 3%”, propone Daveri. In tal modo i governi dovrebbero fare deficit di bilancio durante le recessioni e surplus durante le riprese, in modo che al netto delle oscillazioni cicliche il bilancio dello stato sia in pareggio e non si verifichi un accumulo sistematico di debito pubblico. L’aspetto paradossale è che una regola di questo tipo è incorporata nel cosiddetto Fiscal compact, spesso ridotto a sola incarnazione dell’ossessione rigorista.

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