
Donald Trump ha difeso per oltre un’ora la sua agenda economica, rivendicando tagli fiscali, crescita e una trasformazione “epocale” del Paese. Al centro della sua narrativa, i dazi commerciali, recentemente bocciati dalla Corte Suprema.
Davanti ai giudici presenti in aula, il presidente ha definito la sentenza una “decisione infelice”, promettendo tariffe alternative senza il via libera del Congresso. Trump ha rilanciato una visione radicale: sostituire l’imposta sul reddito con entrate tariffarie, un’idea che molti economisti considerano impraticabile e potenzialmente destabilizzante per il commercio globale.
Immigrazione: lo scontro politico più acceso
Trump ha rivendicato una stretta storica sull’immigrazione, sostenendo che nessun migrante illegale sarebbe entrato negli Stati Uniti nell’ultimo anno. Una dichiarazione accolta da proteste dei democratici, che lo accusano di manipolare i dati e ignorare la crisi umanitaria al confine.
Il presidente ha attaccato le “città santuario”, mentre l’opposizione ha promesso di ribaltare la maggioranza alle elezioni di metà mandato, trasformando il discorso in un comizio elettorale anticipato.
Ucraina, Iran e Venezuela: il messaggio geopolitico
Solo nella parte finale Trump ha spostato il focus sulla politica estera, assicurando che Washington sta lavorando per porre fine alla guerra in Ucraina e rivendicando il ruolo degli Stati Uniti in vari negoziati globali.
Sull’Iran, il presidente ha adottato toni durissimi: “Non permetterò mai che Teheran abbia l’arma nucleare”, avvertendo del programma missilistico iraniano capace di colpire Europa e Stati Uniti. Un accenno anche al Venezuela, definito un nuovo partner dopo il cambio di leadership a Caracas, in linea con la strategia statunitense di riequilibrio in America Latina.
Un discorso elettorale mascherato
Con uno stile aggressivo e ideologico, Trump ha cercato di galvanizzare la base repubblicana in vista delle midterm. La replica democratica, affidata alla governatrice della Virginia Abigail Spanberger, ha invitato gli americani a non credere alle promesse del presidente, rilanciando la sfida politica: “A novembre vinceremo noi”.
Fact-checking: la cascata di affermazioni fuorvianti
Il discorso è stato anche costellato da affermazioni contestate da analisti e fact-checker:
👉 Inflazione
Trump ha dichiarato di aver ereditato un’inflazione “a livelli record”. In realtà, l’inflazione era al 3,0% a gennaio 2025 e al 2,4% a gennaio 2026, ben lontana dal picco del 9,1% del 2022 durante la crisi post-pandemia.
👉 Confine “completamente aperto”
Gli attraversamenti illegali sono diminuiti già nell’ultima fase della presidenza Biden, anche se hanno toccato nuovi minimi nel 2025. La narrativa del “confine senza controlli” è considerata una semplificazione politica.
👉 Prezzo della benzina
Trump ha sostenuto che in alcuni Stati il prezzo fosse sotto i 2,30 dollari al gallone. I dati AAA mostrano che nessuno Stato registrava un prezzo medio così basso.
👉 Investimenti globali da 18 trilioni di dollari
Un dato considerato altamente esagerato: nessuna stima ufficiale o report macroeconomico supporta cifre di questo ordine di grandezza.
👉 Occupazione record
È vero che il numero totale di occupati è il più alto di sempre, ma ciò è dovuto alla crescita demografica. Nel 2025, la crescita dell’occupazione è stata tra le più deboli degli ultimi decenni e il tasso di disoccupazione è aumentato.
👉 “Età dell’oro” economica
Gli indicatori macro mostrano un’economia in crescita ma con segnali di rallentamento, deficit elevato e tensioni commerciali. L’immagine di un boom senza precedenti è considerata una narrazione politica.
Perché questo discorso conta
Il discorso arriva in un momento cruciale per gli Stati Uniti:
👉 lo scontro sui dazi riapre il dibattito sui poteri presidenziali;
👉 l’immigrazione resta la principale frattura politica interna;
👉 la geopolitica globale (Ucraina, Iran, America Latina) è sempre più instabile;
👉 le elezioni di metà mandato si avvicinano, con un Congresso potenzialmente in bilico.
Il messaggio di Trump è chiaro: trasformare la presidenza in una piattaforma elettorale permanente e rilanciare l’America First come architrave della politica globale statunitense.









