Il legno è davvero “green”? Non proprio …

Gli alberi non possono più essere una scusa per continuare ad inquinare

Il legno è davvero “green”? Non proprio …

Il legno sembrerebbe un perfetto materiale green, rinnovabile e a basso impatto ambientale. Tuttavia, secondo un recente articolo pubblicato su Nature, l’utilizzo su scala industriale della cellulosa sarebbe tutt’altro che sostenibile e carbon neutral.

Lo studio propone una stima degli effetti della raccolta del legno sul ciclo del carbonio dal 2010 al 2050 in diversi scenari di domanda e offerta, utilizzando un modello globale denominato CHARM (Carbon HARvest Model), basato su un approccio che considera lo spostamento del carbonio tra diversi pool di stoccaggio: dalla vegetazione ai diversi prodotti in cui è utilizzato, fino alle discariche.

Il punto di partenza è che, su base globale, la domanda di legno dovrebbe aumentare del 54 per cento tra il 2010 e il 2050, ovvero da 3,7 a 5,7 miliardi di metri cubi, con un +69 per cento nei prodotti a lunga durata (LLP), +128 per cento nei prodotti a vita breve (SLP) – soprattutto carta e cartone – e +22 per cento e +91 nei prodotti a vita brevissima, come biocarburanti e scarti destinati ad essere comunque utilizzati come biomasse nelle centrali.

Nel complesso l’industria del legno comporterebbe in media nel periodo considerato l’emissione di una quantità di anidride carbonica che andrebbe dalle 3,5 alle 4,2 gigatonnellate annuali a seconda degli scenari considerati, dalle quali scomputare dalle 0,8 alle 0,9 gigatonnellate di “benefici di sostituzione”, intesi come minori emissioni rispetto all’utilizzo per le stesse finalità di materiali come cemento, acciaio e combustibili fossili.

Si tratta comunque di più del 10 per cento delle recenti emissioni annuali globali di anidride carbonica, una quantità tre volte superiore a quelle derivanti ad esempio del trasporto aereo: un dato non trascurabile. In generale, nel modello proposto i benefici derivanti dalla ricrescita delle foreste e dal rimpiazzo degli stock naturali sono sottostimati rispetto ai modelli tradizionali, e se incontrassero il favore della comunità scientifica costringerebbero a un ripensamento delle attuali politiche per il contrasto ai cambiamenti climatici e all’aumento dei gas serra.

Inoltre, anche secondo un altro studio (“Releasing global forests from human management: How much more carbon could be stored?”) pubblicato su Science, bisogna smettere di considerare l’esistenza e la crescita delle foreste come un (buon) motivo per continuare a produrre CO2 in altri modi, ma piuttosto agire fortemente sull’abbattimento degli attuali livelli di emissione. Gli alberi non possono più essere una scusa per inquinare. Anche perché il cambiamento climatico è un problema innanzitutto di stock. Ovvero, anche se a partire da domani con una bacchetta magica si interrompessero le emissioni di CO2, il punto nodale è lo stock accumulato fino ad ora: è questo che regola il livello di riscaldamento, non il flusso.

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