L’Arabia Saudita e il bancomat Aramco da 170mila dollari al minuto

Il regno teme che la transizione verde diventi una minaccia esistenziale. La corsa contro il tempo di Riad: finanziare la transizione prima che la transizione uccida il modello economico del paese arabo

Arabia Saudita, il blocco perfetto contro l’azione climatica
Riad

Immagina di ricevere 170.000 dollari al minuto. Sempre. Ogni giorno. Per anni. È la realtà di Aramco, la compagnia petrolifera saudita più grande al mondo: un flusso di denaro che regge l’intero sistema del regno. Con margini di profitto enormi (a volte oltre 250 milioni di dollari al giorno), il petrolio è la linfa vitale che finanzia tutto: dai sussidi interni alle ambiziose megaprogettualità saudite, fino al potere geopolitico della famiglia reale.

Perché l’azione per il clima fa così paura a Riyadh

Accelerare la transizione energetica significa ridurre la domanda di petrolio. Per l’Arabia Saudita, che ancora oggi ottiene il 60% delle entrate statali dal greggio, si tratta di una minaccia esistenziale. Non sorprende, quindi, che da più di trent’anni il regno sia il principale ostacolo ai negoziati ONU sul clima. Dalla nascita della COP, il Paese ha utilizzato ogni strumento procedurale possibile per rallentare, annacquare o bloccare ogni tentativo di accordo globale.

Il veto perfetto nei vertici ONU

Una delle “vittorie” diplomatiche saudite più importanti avvenne agli inizi degli anni ’90: impedire l’introduzione del voto a maggioranza nei negoziati sul clima. Risultato? Le decisioni richiedono consenso totale: basta un solo “no” – spesso saudita – per far saltare tutto. È così che Riyadh, padroneggiando alla perfezione regole, cavilli e procedure, è diventata la “punta della lancia” dell’ostruzionismo climatico.

Bloccare, indebolire, ritardare: il manuale saudita

Sono note più di una dozzina di tattiche ricorrenti: contestare ordini del giorno; negare il mandato di discutere la fine dei fossili; legare l’adattamento climatico a risarcimenti per le mancate vendite di petrolio; impedire i negoziati virtuali durante la pandemia; annacquare i rapporti scientifici dell’IPCC. L’obiettivo è sempre lo stesso: rallentare più che possono.

La strategia “tridente”: rallentare + decarbonizzare + capitalizzare

Nonostante il suo atteggiamento internazionale, il Paese sta spingendo sul fronte interno: investimenti in rinnovabili, grandi progetti solari, obiettivo di metà della capacità elettrica verde entro il 2030 e riduzione del consumo interno di petrolio.

Secondo alcuni esperti, la strategia saudita è chiara: rallentare la transizione globale; decarbonizzare casa propria; vendere ogni singolo barile possibile finché il mondo lo comprerà. Una corsa contro il tempo: finanziare la transizione prima che la transizione uccida il loro modello economico.

Un regno già “al limite della vivibilità”

Il paradosso più grande? Il Paese che frena l’azione climatica è tra i più vulnerabili al riscaldamento globale. La temperatura in Arabia Saudita è già aumentata di 2,2°C dagli anni ’80 (quasi tre volte la media mondiale). Gli scenari peggiori parlano di ondate di calore fino a 56°C, con città come Riyadh, Jeddah e Dammam che rischiano condizioni incompatibili con la vita all’aperto. Le morti durante l’Hajj nel 2024 lo hanno già mostrato: la crisi climatica non è un futuro lontano, ma un presente molto concreto.

Siccità, alluvioni e la minaccia ai porti petroliferi

Oltre il caldo estremo, il regno deve fronteggiare: siccità cronica; inondazioni improvvise (più di 10 eventi a Riyadh in 30 anni); innalzamento del mare che minaccia persino i terminal petroliferi da cui dipende l’intera economia. Una “cupa ironia”, come l’ha definita l’ONU.

Il danno collaterale globale

Il ritardo imposto ai negoziati non è un semplice incidente diplomatico: significa più emissioni, più vittime, più danni. La crisi climatica uccide già una persona al minuto. E mentre il mondo cerca soluzioni, una minoranza di Paesi – con l’Arabia Saudita al centro – continua a rallentare il processo.

Fonte
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