Sui prestiti alle imprese il governo sta sbagliando

Il sostegno alle imprese punta a iniettare liquidità. Ma il blocco della produzione comporta rischi di erosione del patrimonio, con possibile fallimento o ingresso nel capitale di organizzazioni criminali

Sui prestiti alle imprese il governo sta sbagliando. Ecco perché

“Sostituire i mancati ricavi delle imprese con ulteriore debito non è la soluzione migliore per sostenere la ripresa del sistema produttivo del paese. E poco importa che il debito sia concesso a condizioni vantaggiose (interesse quasi nullo), in quantità quasi illimitata e con importanti garanzie pubbliche”. È quanto sostengono Antonio Parbonetti e Amedeo Pugliese.

In effetti, la crisi generata dalla diffusione del virus Sars-CoV2 ha impatti economici (oltre che finanziari) rilevanti perché altera le condizioni di equilibrio delle aziende. Le conseguenze dello stop alle attività produttive si rifletteranno sui loro conti economici perché la riduzione dei ricavi, a fronte di costi difficilmente comprimibili, genererà ingenti perdite nei bilanci 2020, restringendo il patrimonio netto delle imprese.

I recenti interventi normativi e regolamentari sono orientati ad assicurare liquidità. “Sebbene necessari e urgenti, questi interventi necessitano di misure più ampie orientate a ristabilire adeguate condizioni di equilibrio economico, finanziario e patrimoniale delle imprese – aggiungono Parbonetti e Pugliese-. In altri termini, sostituire i mancati incassi dovuti alla riduzione dei ricavi con finanziamenti a tasso agevolato assicura la solvibilità nel breve periodo, ma mina la solidità e la possibilità di sopravvivenza delle aziende nel medio-lungo periodo.”

Le imprese che riusciranno a sopravvivere grazie alle forti iniezioni di liquidità andranno incontro a ingenti perdite. Con due conseguenze. “Il peggioramento dei rating economico-finanziari per effetto di leverage elevati (aumentando le difficoltà di accesso ai canali bancari) - spiegano Parbonetti e Pugliese-. L’erosione del patrimonio netto delle aziende per oltre un terzo o un patrimonio netto negativo, rendendo necessaria la ricapitalizzazione. Quindi molte aziende potenzialmente sane, ma per le quali i soci non avranno le disponibilità per reintegrare il patrimonio netto nei limiti di legge, saranno costrette a interrompere l’attività economica con conseguente perdita di occupazione; oppure ad accettare interventi di soci pronti a ricapitalizzare.” E qui sorge un altro problema: le infiltrazioni delle organizzazioni criminali di tipo mafioso.

In sintesi, l’esperienza della crisi del 2008 suggerisce che fin dall’approvazione dei bilanci 2019 e in misura maggiore al momento dell’approvazione dei bilanci 2020, le aziende potrebbero essere costrette a cessare l’attività in conseguenza delle perdite subite o ad accettare soci e capitali di dubbia provenienza, oppure a manipolare pesantemente il proprio bilancio.

Secondo Parbonetti e Pugliese, per far fronte a questi rischi sarebbe invece opportuno articolare una serie di interventi che tutelino la redditività e solidità patrimoniale delle imprese. Ecco perché il governo italiano sta sbagliando.

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I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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