
La Germania prova a invertire la rotta su una delle sue icone industriali: Volkswagen. Di fronte a un piano di ristrutturazione da circa 11 miliardi di euro e alla prospettiva di tagli occupazionali fino a 100mila unità, il Land della Bassa Sassonia – azionista con circa il 20% del gruppo – spinge per un cambio di strategia.
Al centro della proposta c’è un’idea netta: riportare in Germania parte della produzione di veicoli oggi realizzata in Cina, segnando un possibile ridimensionamento della storica strategia “In Cina per la Cina”, che per decenni ha guidato l’espansione globale del gruppo di Wolfsburg.
La pressione arriva mentre il piano industriale del gruppo prevede la possibile chiusura di fino a quattro stabilimenti in Germania e una profonda revisione della struttura produttiva, in risposta alla crisi di competitività dell’auto europea tra transizione elettrica, costi energetici e concorrenza asiatica.
Secondo le autorità regionali tedesche, il rischio è doppio: perdita di capacità industriale strategica e ulteriore indebolimento del tessuto occupazionale in uno dei settori simbolo dell’economia nazionale.
Il caso Volkswagen diventa così il simbolo di una trasformazione più ampia: la crisi del modello manifatturiero tedesco basato sulla delocalizzazione globale e sulle catene del valore estese, oggi messo sotto pressione da reshoring, tensioni geopolitiche e nuove politiche industriali.
La discussione non riguarda solo un’azienda, ma l’intero equilibrio tra globalizzazione e sovranità industriale europea, in un momento in cui anche Bruxelles accelera su politiche di reindustrializzazione e autonomia strategica.
Resta aperta la domanda chiave: riportare la produzione in Europa può salvare l’industria automobilistica tedesca o rischia di aumentare ancora i costi in una fase già critica per il settore?






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