Nuova bocciatura dell'OCSE: l'Italia resta il fanalino di coda. Nel 2026 salari reali ancora in calo

Dopo oltre vent'anni di stagnazione retributiva, arriva un nuovo allarme dall'OCSE: il potere d'acquisto dei lavoratori italiani rischia di diminuire ancora. Pesano inflazione, caro energia e produttività ferma, mentre l'Italia resta l'unico grande Paese europeo con salari reali inferiori ai livelli pre-pandemia.

Nuova bocciatura dell'OCSE: nel 2026 salari reali ancora in calo

Nonostante un lieve recupero registrato nei primi mesi del 2026, i salari italiani continuano a perdere terreno.

Secondo le Prospettive sull'Occupazione 2026 dell'OECD, nel primo trimestre dell'anno i salari reali sono aumentati dell'1,3% grazie al rallentamento dell'inflazione. Ma il dato non basta: il potere d'acquisto resta inferiore del 6,1% rispetto al 2021, il peggior risultato tra le principali economie OCSE.


Nel 2026 è atteso un nuovo calo

L'organizzazione di Parigi lancia un ulteriore allarme: il recente aumento dei prezzi dell'energia, alimentato dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, rischia di riaccendere l'inflazione.

Per questo motivo l'OCSE prevede che i salari reali italiani diminuiranno dello 0,9% nel 2026, mentre nel 2027 il recupero sarà quasi impercettibile (+0,2%), frenato dal limitato numero di rinnovi contrattuali e dalla debolezza del mercato del lavoro.


Un problema che dura da oltre vent'anni

Il rapporto conferma una criticità ormai strutturale dell'economia italiana.

Secondo le analisi di OCSE, International Labour Organization e Eurostat, l'Italia è uno dei pochi Paesi avanzati in cui i salari reali sono rimasti sostanzialmente fermi negli ultimi due decenni.

Alla base della stagnazione ci sono i modesti il 'nanismo' industriale, la specializzazione in ambiti low-tech, la bassa produttività, la crescita limitata degli investimenti (in particolare quelli pubblici e privati in ricerca, sviluppo e innovazione), l'elevata incidenza del lavoro precario e una dinamica economica più debole rispetto ai principali partner europei.


La sfida resta il rilancio della produttività

Per gli economisti, il problema non riguarda solo il rinnovo dei contratti, ma la capacità del sistema produttivo di creare maggiore valore aggiunto.

Senza un'accelerazione degli investimenti, dell'innovazione e della produttività, sarà difficile garantire aumenti salariali duraturi e recuperare il divario accumulato rispetto agli altri grandi Paesi europei.

L'Italia continua così a confrontarsi con uno dei suoi nodi economici più irrisolti: far crescere i redditi reali delle famiglie in modo stabile, senza compromettere competitività e occupazione.

Fonte
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