
Da marzo a settembre il lavoro si sposta verso il Metapontino e l'Alto Bradano: fragole, pesche, pomodori. In autunno la manodopera stagionale risale verso il Nord, fino ad arrivare in Friuli-Venezia Giulia per la lavorazione della barbatella.
È una migrazione interna dettata dalle esigenze dell'agricoltura. E, secondo le denunce della Flai-Cgil, lungo lo stesso percorso si muove anche il caporalato, intercettando i lavoratori nelle diverse fasi della stagione.
200 mila lavoratori irregolari
Il VII Rapporto Agromafie e Caporalato dell'Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil stima in circa 200 mila i lavoratori irregolari nell'agricoltura italiana. Il settore agroalimentare vale 73,5 miliardi di euro, ma la mediana della retribuzione annua lorda dei dipendenti agricoli si ferma a circa 6 mila euro.
Il problema non è quindi soltanto il lavoro nero. È una combinazione di sottosalario, precarietà, intermediazione illegale e vulnerabilità sociale che può trasformare il lavoratore stagionale in una pedina facilmente sostituibile.
Il lavoratore viene inserito in una filiera parallela nella quale il caporale può guadagnare non soltanto sulla giornata di lavoro, ma anche sul trasporto e sull'abitazione.
Il “caporalato grigio”
Accanto alle forme più brutali di sfruttamento esiste una zona molto più difficile da individuare: quella dei rapporti apparentemente regolari.
Un contratto può risultare formalmente in ordine mentre le giornate effettivamente lavorate sono molte di più di quelle dichiarate. È uno dei meccanismi che consentono di ridurre contributi e costi e che possono privare il lavoratore di importanti tutele previdenziali.
È qui che il confine tra lavoro regolare e sfruttamento diventa particolarmente sottile.
Una questione che riguarda tutta la filiera
Il caporalato non è soltanto un problema del Sud e non riguarda esclusivamente i lavoratori stranieri. Il fenomeno attraversa diverse aree agricole italiane e si adatta alle esigenze delle filiere.
L'inchiesta pubblicata da El País nel luglio 2026 ha documentato proprio questa trasformazione: il caporalato italiano appare oggi più articolato, con intermediari, false cooperative e reti capaci di controllare contemporaneamente manodopera, trasporti e alloggi.
Il prezzo della frutta non racconta tutto
Dietro una cassetta di pomodori, un cestino di fragole o una pesca venduta a pochi euro c'è una catena produttiva complessa.
La vera domanda, allora, non è soltanto quanto costa il cibo.
È anche: quanto costa davvero produrlo e chi paga il prezzo quando il costo del lavoro viene compresso oltre ogni limite?
Combattere il caporalato significa rafforzare i controlli, rendere più conveniente per le imprese rispettare le regole, garantire salari e alloggi dignitosi e rendere trasparenti le filiere.
Perché l'agricoltura italiana può essere competitiva senza trasformare la vulnerabilità dei lavoratori in un vantaggio economico.


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