Il paradosso (apparente) del mercato del lavoro italiano: la domanda supera l'offerta

Il paradosso (apparente) del mercato del lavoro italiano

"Saranno poco meno di 193 mila i posti di lavoro a disposizione nel triennio 2019-2021 nei settori della meccanica, Ict, alimentare, tessile, chimica, legno-arredo, sei tra i più rilevanti del Made in Italy". La notizia positiva giunge da Confindustria, nonostante le difficoltà attraversate dall’economia italiana. Ma c’è un aspetto paradossale messo in evidenza dall’organizzazione datoriale: "Uno su tre sarà introvabile".

Per il presidente Vincenzo Boccia, "serve un grande piano di inclusione per i giovani". Gli fa eco Ii vicepresidente per il Capitale umano, Giovanni Brugnoli, per il quale "le imprese hanno fame di talento" ma "c'è bisogno di una formazione aperta all'industria", e sottolinea: "La formazione torni al centro dell'agenda di Governo, quota 100 non è una misura per giovani".

La voce di quoted

Il motivo del gap tra domanda e offerta è evidentemente legato a più fattori. Quello della formazione è assolutamente rilevante. Ma non è il solo ad esserlo. Ad esempio, il dato indicato da Confindustria è una media nazionale quando ben sappiamo che la disoccupazione è fortemente polarizzata anche a livello geografico, oltreché per età, genere e livello di istruzione. In altri termini, il lavoro (in eccesso) c’è ma laddove serve meno. Pertanto, il fenomeno della disoccupazione strutturale in Italia non sarà risolto adeguando (in parte) il sistema della formazione e dell’istruzione alle esigenze del mercato, ma rappresenterebbe comunque un primo passo. E non si tratta di piegare le basi dell’istruzione alle venali richieste del mercato. Basterebbe fare come gli altri paesi europei dove esiste una vera formazione di secondo livello.
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Il motivo del gap tra domanda e offerta è evidentemente legato a più fattori. Quello della formazione è assolutamente rilevante. Ma non è il solo ad esserlo. Ad esempio, il dato indicato da Confindustria è una media nazionale quando ben sappiamo che la disoccupazione è fortemente polarizzata anche a livello geografico, oltreché per età, genere e livello di istruzione. In altri termini, il lavoro (in eccesso) c’è ma laddove serve meno. Pertanto, il fenomeno della disoccupazione strutturale in Italia non sarà risolto adeguando (in parte) il sistema della formazione e dell’istruzione alle esigenze del mercato, ma rappresenterebbe comunque un primo passo. E non si tratta di piegare le basi dell’istruzione alle venali richieste del mercato. Basterebbe fare come gli altri paesi europei dove esiste una vera formazione di secondo livello.
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