
Dopo l’attacco all’Iran (da parte statunitense e israeliana), il prezzo del petrolio, in poche ore, è salito a 80 dollari il barile e viaggia verso i 100: la speculazione si è messa subito in moto.
Ma il punto centrale è un altro. Nella strategia di Trump sembra esserci un filo conduttore. C’è infatti qualcosa che accomuna le recenti operazioni in Venezuela, Nigeria, e Iran: si tratta del petrolio.
Da un lato, l’obiettivo del presidente statunitense è tenere sotto controllo le riserve e, dall’altro, rendere più costose le esportazioni di oro nero degli Usa, la cui economia appare sempre più ancorata ai combustibili fossili e, in particolare, al greggio. Si consideri che in valore gli Usa sono il primo paese esportatore al mondo di petrolio.
Ecco perché l’economia di guerra degli Stati Uniti si è rimessa in moto: è così che Trump prova a risollevare il suo paese da una profonda crisi, facendo pagare il conto al resto del mondo. L’Europa, dove i prezzi di petrolio e gas volano, si appresta a pagare il conto: ma i suoi leader, a parte quello spagnolo, non condannano l’attacco contro Teheran. Al contrario.


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