
Il conflitto in Medio Oriente rischia di trasformarsi in una crisi energetica globale. A lanciare l’avvertimento è il Qatar, uno dei principali esportatori mondiali di gas naturale liquefatto (GNL), che teme un possibile blocco delle esportazioni energetiche dal Golfo Persico se la guerra dovesse proseguire.
In un’intervista al Financial Times, il ministro dell’Energia qatariota Saad al-Kaabi ha spiegato che il prolungarsi del conflitto potrebbe costringere i Paesi della regione a interrompere le spedizioni di petrolio e gas nel giro di poche settimane, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia mondiale.
Secondo Doha, uno scenario di questo tipo potrebbe far schizzare il prezzo del petrolio fino a 150 dollari al barile, alimentando inflazione e rallentamento economico su scala globale.
I mercati si agitano
L’allarme è arrivato mentre il mercato petrolifero è già in forte tensione. Il Brent del Mare del Nord ha superato la soglia simbolica dei 90 dollari al barile, seguito dal WTI americano, ai livelli più alti da oltre due anni.
Nell’ultima settimana le quotazioni del greggio hanno registrato rialzi superiori al 30%, riflettendo i timori degli investitori per le forniture energetiche provenienti dal Medio Oriente.
Il Golfo Persico resta infatti uno dei nodi più cruciali del sistema energetico globale: da questa regione proviene circa un terzo delle esportazioni mondiali di petrolio e una quota crescente di gas naturale liquefatto destinato soprattutto all’Europa e all’Asia.
Stretto di Hormuz quasi paralizzato
Al centro delle preoccupazioni internazionali c’è lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo strategico tra Iran e Oman che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano.
Secondo il Joint Maritime Information Center, il traffico navale nello stretto si è quasi completamente fermato a causa delle operazioni militari e dei rischi per la sicurezza.
Attraverso questo corridoio marittimo transita: circa il 20% del petrolio mondiale; quasi il 20% del GNL globale. Dati che spiegano perché ogni interruzione delle rotte nello stretto possa avere effetti immediati sui mercati energetici internazionali.
Nelle ultime ore sarebbero circa mille le navi bloccate nell’area, metà delle quali impegnate nel trasporto di petrolio o gas. In alcuni giorni solo una manciata di petroliere avrebbe attraversato lo stretto, mentre altre navi hanno disattivato i sistemi di tracciamento per ragioni di sicurezza.
Incidenti in mare e rischio escalation
La situazione nello stretto, ormai classificato come “zona di operazioni belliche”, continua a deteriorarsi. Gli Stati Uniti stanno valutando l’ipotesi di scortare militarmente le petroliere attraverso lo stretto, una misura che ricorderebbe le missioni di sicurezza navale già adottate durante le tensioni nel Golfo negli anni Ottanta e negli ultimi decenni.
Compagnie energetiche e shipping corrono ai ripari
La crisi sta spingendo molte aziende internazionali a prendere misure d’emergenza. La compagnia italiana Eni ha avviato l’evacuazione del personale straniero dal giacimento petrolifero di Zubair, vicino a Bassora, nel sud dell’Iraq. Nel frattempo diverse grandi società di trasporto marittimo hanno deciso di sospendere le operazioni nella regione: la tedesca Hapag-Lloyd ha bloccato le prenotazioni per il Golfo; il gigante danese Maersk ha sospeso le rotte tra Europa e Medio Oriente e tra Golfo ed Estremo Oriente. Queste decisioni rischiano di aggravare ulteriormente la crisi delle catene di approvvigionamento globali.
Un rischio concreto per la crescita mondiale
Se il conflitto dovesse estendersi e colpire stabilmente le rotte energetiche del Golfo, le conseguenze per l’economia globale potrebbero essere rilevanti. Prezzi del petrolio molto più alti potrebbero infatti: riaccendere l’inflazione mondiale; rallentare la crescita economica; aumentare i costi energetici per industrie e famiglie.



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