Russia, il paradosso del petrolio: Mosca ora importa benzina dall’India

La Russia è una delle principali potenze petrolifere del mondo, ma gli attacchi ucraini alle raffinerie stanno creando una crisi di carburanti. Mosca ha vietato le esportazioni, limita le vendite alle pompe e ora acquista prodotti raffinati dall’estero. Un segnale delle crescenti difficoltà dell’economia di guerra.

Russia, il paradosso del petrolio: Mosca ora importa benzina dall’India

Il paradosso è clamoroso: la Russia estrae enormi quantità di petrolio, ma sta importando benzina e diesel.

Il motivo è la crescente difficoltà nel trasformare il greggio in carburanti. Gli attacchi con droni contro raffinerie e infrastrutture energetiche ucraine hanno provocato interruzioni della capacità di raffinazione, proprio mentre la domanda interna russa è aumentata.

Secondo Reuters, ad agosto la Russia sta affrontando una nuova ondata di carenze di carburante, con restrizioni alle vendite introdotte in almeno 10 regioni. Anche nella regione di Mosca sono comparsi distributori con disponibilità limitata.

Benzina dall’India: 68mila tonnellate

Il dato più sorprendente arriva dall'India.

Una prima nave con circa 68mila tonnellate di benzina indiana è arrivata in Russia e il carburante è stato destinato al mercato interno. Secondo dati LSEG e fonti industriali citate da Reuters, il carico è partito dal porto indiano di Vadinar, è stato trasferito in mare al largo dell'Egitto e infine è arrivato al porto russo di Vitino, nell'Artico.

E non sarebbe un episodio isolato: altri carichi provenienti dall’India sono attesi nelle prossime settimane.

Non solo India: anche Bielorussia e Asia

Mosca sta cercando carburante su più fronti.

Le importazioni dalla Bielorussia sono aumentate significativamente: secondo dati citati dall'Institute for the Study of War, a luglio la Russia avrebbe importato circa 212mila tonnellate di benzina e 162mila tonnellate di diesel dalla vicina alleata, con il diesel quasi raddoppiato rispetto al periodo precedente.

Contemporaneamente, la Russia ha iniziato a rivolgersi anche ai mercati asiatici per il diesel, mentre l'India sta assumendo un ruolo crescente come fornitore di prodotti raffinati.

Il Cremlino corre ai ripari

Il governo russo ha reagito restringendo le esportazioni di carburanti per privilegiare il mercato interno e modificando temporaneamente anche alcuni requisiti sulla qualità dei carburanti.

Il vicepremier Alexander Novak ha confermato che Mosca ha iniziato a importare prodotti petroliferi e ha adottato misure per aumentare rapidamente l'offerta interna.

La strategia è chiara: meno carburante venduto all'estero, più prodotto destinato ai consumatori russi.

La raffinazione è diventata il vero punto debole

Il problema non è quindi la disponibilità di greggio.

È la capacità di raffinazione.

A luglio, secondo stime Reuters, la produzione russa di benzina era scesa a circa il 65% della domanda stagionale media, mentre quella di diesel era precipitata a circa metà dei livelli abituali.

Gli attacchi alle raffinerie stanno quindi colpendo uno dei passaggi più importanti della catena energetica russa: quello che trasforma il petrolio estratto in benzina, diesel e altri prodotti indispensabili all'economia.

Putin ammette il problema

Lo stesso Vladimir Putin ha riconosciuto che gli attacchi alle infrastrutture stanno provocando conseguenze sull'economia russa.

Il presidente ha tuttavia definito l'impatto complessivo ancora gestibile, sostenendo che l'attività economica rimane positiva, pur ammettendo che gli attacchi alle infrastrutture industriali stanno rallentando la crescita.

Il quadro sul terreno racconta però una situazione più complessa: le restrizioni al carburante e le importazioni straordinarie indicano che la pressione sulla rete di raffinazione sta diventando difficile da ignorare.

Una guerra che colpisce il petrolio russo

La campagna contro le raffinerie rappresenta una nuova dimensione della guerra economica.

Colpire gli impianti non significa necessariamente ridurre immediatamente la produzione di greggio russo. Significa però ridurre la capacità di trasformarlo in prodotti ad alto valore aggiunto, costringendo Mosca a scegliere tra esportazioni, scorte e consumi interni.

Secondo un'analisi del Hague Centre for Strategic Studies, le sanzioni hanno già aumentato costi e difficoltà tecnologiche del settore petrolifero russo, mentre gli attacchi ucraini alle raffinerie aggiungono una pressione diretta sulle infrastrutture di trasformazione.

E il problema non è solo russo

La crisi della raffinazione si sta propagando anche sui mercati internazionali.

La riduzione delle esportazioni russe, insieme alle interruzioni in Medio Oriente, sta restringendo l'offerta globale di prodotti raffinati. Reuters segnala che le esportazioni mondiali di diesel sono diminuite di circa 1,3 milioni di barili al giorno a luglio rispetto a un anno prima.

Per questo il paradosso russo potrebbe avere conseguenze ben oltre i confini del Paese: più raffinerie russe sotto pressione significa meno carburante disponibile sul mercato internazionale e maggiore competizione per diesel e benzina.

Il paradosso della potenza energetica

La Russia continua dunque a essere una gigantesca potenza petrolifera.

Ma oggi deve affrontare una situazione impensabile fino a pochi anni fa: estrarre petrolio non basta se non si riesce a trasformarlo e distribuirlo.

L'immagine delle navi che trasportano benzina dall'India verso la Russia racconta meglio di molte statistiche il nuovo fronte della guerra energetica: Mosca non è rimasta senza petrolio. È rimasta a corto di capacità per trasformarlo in carburante.

Fonte
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