L’ultima sfida, catturare la CO2 per riutilizzarla

L’ultima sfida, catturare la CO2 per riutilizzarla

Con qualche giorno di anticipo rispetto all’ultimo allarme lanciato dalle Nazioni Unite sul clima, che ha invocato una più drastica riduzione delle emissioni per evitare cambiamenti ambientali catastrofici, in una società svizzera hanno pensato di approcciarsi al problema del surriscaldamento in modo alternativo. E si son detti, visto che è così complesso e costoso ridurre la CO2 perché non aspirarla e riutilizzarla?

In effetti, gli scienziati hanno a lungo sostenuto che la riduzione delle emissioni di gas serra, seppur necessaria, non è di per sé sufficiente per contrastare i cambiamenti del clima. Il mondo deve anche ridurre le concentrazioni atmosferiche di CO2 esistenti, rimuovendo l'anidride carbonica dall'aria.

Partendo da questa idea è nata Climeworks, una startup elvetica specializzata nella produzione di strumenti tecnologici progettati per sequestrare il carbonio presente nell’atmosfera. L’azienda ha aperto il primo ottobre scorso un impianto a Troia, in Italia, in grado di assorbire ogni anno 150 tonnellate di CO2 dall'atmosfera e convertirle in metano. Il sito adotta la tecnologia "direct air capture", che utilizza un ventilatore per far scivolare l’aria su una superficie contenente un agente chimico che reagisce solo con l’anidride carbonica ed espone il composto appena formato al calore, che a sua volta rompe il legame invertendo la reazione e liberando la CO2, a quel punto immagazzinabile.

Utilizzando questa tecnologia, ClimeWorks ha lanciato altri due impianti dal 2017. Uno a Zurigo dove vengono catturate 900 tonnellate di CO2 l'anno, che sono poi pompate nella serra di una fattoria svizzera. L’altro a Hellisheidi, in Islanda, capace di attirare 50 tonnellate di anidride carbonica ogni anno e di spingerle sottoterra, dove reagiscono con acqua e basalto prima di trasformarsi in roccia in meno di due anni. La nuova struttura italiana dell'azienda utilizza invece l'idrogeno, prodotto dalla scissione dell'acqua attraverso l'energia solare, e la CO2 catturata per generare 240 metri cubi di metano ogni ora.

Sebbene sia positivo ridurre l’inquinamento esistente, soltanto nel caso islandese il biossido di carbonio viene effettivamente “bloccato” (all’interno di una roccia). Negli altri due casi il rilascio nell'atmosfera è semplicemente ritardato. Inoltre, la tecnologia di Climeworks - resa possibile grazie ad un finanziamento dell’Unione Europea - è ancora troppo costosa: per recuperare una tonnellata di anidride carbonica occorrono tra i 600 e gli 800 dollari. Ancora non abbastanza per esser considerata uno strumento utile rispetto all’enorme volume di CO2 da rimuovere. Complessivamente emettiamo 40 miliardi di tonnellate di anidride carbonica l'anno.

Resta, tuttavia, valida l’idea di rimuovere le emissioni già introdotte nell’atmosfera. Come dimostra la storia di Arpit Dhupar. A migliaia chilometri di distanza dalla Svizzera, questo ingegnere meccanico indiano, che vive in una città, New Delhy, dove l’inquinamento è così forte da non riuscire a vedere la mano se la si mette davanti al viso, un giorno ha avuto un’illuminazione su come riutilizzare le emissioni inquinanti osservando il malfunzionamento di uno scarico di un’auto. Nonostante la sua intuizione sia stata sottovalutata da alcuni accademici, Arpit ha deciso di insistere ed è riuscito a sviluppare un dispositivo che filtra i gas di scarico delle auto diesel intrappolando la fuliggine in un liquido. In tal modo non vi è alcun rischio che le particelle siano nuovamente disperse nell'aria e quelle nocive vengono separate. A questo punto il residuo è pronto per essere trasformato in inchiostro da utilizzare su t-shirt e tazze da caffè.

L’ingegnere ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi per aver sviluppato questa idea, che ha il pregio di poter essere utilizzata anche per recuperare quanto immesso nell’aria dalle grandi navi. Ma Arpit sa che, per invertire definitivamente rotta, occorre concentrare gli investimenti sull’eliminazione delle emissioni nocive, non sul loro riuso.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su LA STAMPA

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