
Il sistema fiscale internazionale potrebbe essere vicino a una svolta storica. I negoziati in corso presso le Nazioni Unite sulla Convenzione quadro per la cooperazione fiscale internazionale mirano a riscrivere regole in vigore da quasi un secolo, introducendo un principio semplice: le multinazionali devono pagare le imposte nei Paesi in cui vendono prodotti, impiegano lavoratori e realizzano profitti, non dove scelgono di registrarli.
L'obiettivo è contrastare il fenomeno del profit shifting, cioè il trasferimento artificiale degli utili verso giurisdizioni a bassa o nulla tassazione.
500 miliardi di dollari di entrate fiscali in più ogni anno
Secondo uno studio di Public Services International (PSI) e del Tax Justice Network, l'adozione del principio "Pay Where You Play" potrebbe generare circa 500 miliardi di dollari di maggiori entrate fiscali ogni anno, senza aumentare le aliquote dell'imposta sulle società.
Le nuove risorse potrebbero finanziare sanità, istruzione, infrastrutture, transizione energetica e adattamento ai cambiamenti climatici, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, oggi tra i più penalizzati dall'elusione fiscale internazionale.
Il sistema attuale favorisce i paradisi fiscali
Le regole oggi in vigore consentono alle imprese multinazionali di dichiarare una parte consistente dei profitti in Paesi con una fiscalità particolarmente favorevole, anche quando l'attività economica viene svolta altrove.
Secondo le stime dell'OCSE, ogni anno i governi perdono centinaia di miliardi di dollari a causa delle pratiche di pianificazione fiscale aggressiva e del trasferimento degli utili.
La proposta ONU punta a superare questo modello attribuendo i diritti di imposizione sulla base di criteri oggettivi come vendite, occupazione, asset produttivi e risorse naturali.
Più trasparenza per le grandi imprese
Tra i pilastri della riforma figura anche l'estensione della Country-by-Country Reporting (CbCR), il sistema che obbliga le multinazionali a comunicare, Paese per Paese, ricavi, profitti, imposte versate e numero di dipendenti.
Molti esperti ritengono che rendere pubblici questi dati aumenterebbe significativamente la trasparenza e ridurrebbe gli incentivi a spostare artificialmente i profitti verso i paradisi fiscali.
Una riforma che divide il mondo
La proposta gode del sostegno di numerosi Paesi emergenti e in via di sviluppo, che da anni chiedono una governance fiscale più inclusiva rispetto all'attuale sistema guidato prevalentemente dall'OCSE.
Al tempo stesso, il negoziato si inserisce in un contesto già segnato dall'accordo OCSE/G20 sulla Global Minimum Tax del 15%, la cui applicazione procede però con tempi diversi tra le principali economie mondiali.
Per molti osservatori, la Convenzione ONU potrebbe rappresentare il tassello mancante per rendere il sistema fiscale internazionale più equo e coerente con un'economia sempre più globale e digitale.
La posta in gioco
Secondo l'economista Jayati Ghosh, autrice dell'analisi pubblicata da Project Syndicate, la questione non riguarda solo il gettito fiscale, ma anche la qualità della democrazia economica.
Tassare i profitti dove vengono realmente generati significherebbe restituire ai governi risorse per finanziare servizi pubblici, ridurre le disuguaglianze e limitare il potere dei paradisi fiscali.
Se approvata, la Convenzione ONU potrebbe inaugurare una nuova fase della fiscalità internazionale, spostando il baricentro dalle strategie di ottimizzazione fiscale delle multinazionali verso un sistema più trasparente, equilibrato e sostenibile.








