Il debito pubblico USA dietro il caos globale

Washington affoga sotto un debito pubblico pari a 38,5 trilioni di dollari. Trump alza i toni, i mercati tremano e l’Europa scopre di avere una leva inattesa (che però difficilmente utilizzerà)

Il debito pubblico dietro il caos globale

Il debito pubblico degli Stati Uniti ha raggiunto un nuovo record storico: 38,5 trilioni di dollari a gennaio 2026, con un ritmo di crescita che viaggia a 8 miliardi di dollari al giorno. Un’accelerazione che supera le stime più pessimistiche e che sta trasformando il debito nel vero nodo strutturale della prima economia mondiale.

Il peso maggiore arriva dagli interessi passivi, che nel 2025 hanno superato 1.000 miliardi di dollari l’anno, diventando la seconda voce di spesa del bilancio federale, davanti perfino alla difesa. Un fardello che frena la crescita: il PIL Usa rallenta verso l’1,5%, mentre il “sogno americano” diventa sempre più costoso da finanziare.

Trump, la forza come risposta alla debolezza

In questo contesto si inserisce l’offensiva politica e commerciale di Donald Trump. Dazi, pressioni geopolitiche, scontri istituzionali con la Federal Reserve e una narrativa muscolare verso alleati e rivali sembrano rispondere a una logica precisa: coprire una vulnerabilità finanziaria crescente con l’uso del potere. Non è un caso che l’America abbia abbandonato il linguaggio dell’ordine globale basato sulle regole. Come ha sintetizzato Mark Carney a Davos, “quel mondo non esiste più”: oggi domina una fase in cui l’integrazione economica diventa strumento di coercizione.

Il tallone d’Achille degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti non sono solo molto indebitati: dipendono strutturalmente dalla fiducia degli investitori globali. Ogni anno Washington aggiunge oltre 3 trilioni di dollari di nuovo debito, mentre le politiche fiscali espansive e i tagli alle tasse peggiorano i conti. Finora il sistema ha retto grazie a una regola non scritta dei mercati: quando il mondo è in crisi, si compra debito americano. I Treasury sono stati per decenni il porto sicuro per eccellenza. Ma questa regola sta iniziando a incrinarsi.

Investitori in fuga (silenziosa)

Negli ultimi mesi qualcosa è cambiato. Nonostante guerre e instabilità globali, il dollaro si è indebolito, mentre la domanda di titoli del Tesoro Usa ha rallentato. I rendimenti sono saliti: il decennale è passato dal 4% al 4,27%, e il trentennale si avvicina al 5%, livelli che mettono sotto pressione Wall Street e soprattutto i titoli tecnologici. Il segnale più eloquente arriva dalle banche centrali, guidate da quelle di Cina e India: per la prima volta dal 1996 hanno acquistato nel 2025 più oro che debito Usa. Un voto di sfiducia silenzioso ma significativo.

L’Europa scopre di avere una leva

L’Europa – spesso percepita come debole – si ritrova invece con una carta strategica in mano.
Gli investitori europei detengono circa il 40% del debito Usa in mani straniere, per un valore superiore a 3.600 miliardi di dollari. Il Regno Unito 800 mld; il Belgio 399; il Lussemburgo 328; la Svizzera 243; e la Norvegia 218.

Una vendita massiccia sarebbe autodistruttiva anche per l’Europa, ma il solo rallentamento degli acquisti sta già producendo effetti. Non come ritorsione politica, bensì come scelta finanziaria prudente, di fronte a un debitore sempre più imprevedibile.

Perché il “bazooka del debito” resta teorico

Vendere i Treasury in modo coordinato farebbe esplodere i tassi Usa, ma scatenerebbe anche una crisi globale e colpirebbe fondi pensione e investitori europei. Per questo nessuno preme il grilletto. Ma il messaggio è passato: il dominio finanziario statunitense non è più intoccabile. Anche grandi gestori obbligazionari come Pimco stanno diversificando, mentre i fondi pensione nord-europei iniziano a ridurre l’esposizione.

Il rischio sistemico: un’asta che va male

Lo scenario che spaventa davvero Washington è uno solo: un’asta del Tesoro con domanda insufficiente. Sarebbe il segnale che la fiducia si sta rompendo. Rendimenti più alti, interessi fuori controllo, pressione sulla Fed e sulla Casa Bianca. Se a questo si aggiunge una Federal Reserve sotto attacco politico e un debito percepito come meno sicuro, il pilastro del dollaro come valuta di riserva globale potrebbe iniziare a incrinarsi sul serio.

Il paradosso Usa

Per decenni gli Stati Uniti, godendo dei frutti derivanti dal possesso della valuta di riserva globale, hanno vissuto grazie a un privilegio unico: finanziare deficit enormi perché il mondo li considerava il debitore più affidabile possibile. Il denaro contante è arrivato in massa da tutto il mondo, mantenendo bassi i tassi di interesse statunitensi, mentre il dollaro forte ha consentito al Paese di acquistare qualsiasi cosa volesse da qualsiasi parte del mondo.

Sebbene Trump si vanti della quantità di denaro che i suoi dazi stanno incassando, gli Usa tuttavia continuano ad accumulare deficit e debiti a un ritmo sempre più veloce. I deficit a stelle e strisce sono finanziati dal debito e la capacità di Trump di onorare tale debito dipende dagli investitori globali, comprese le banche centrali, che continueranno ad acquistare obbligazioni e a mantenere a galla gli Stati Uniti.

Oggi quel privilegio viene messo alla prova proprio da chi governa Washington. Trump rivendica forza, ma la vera partita si gioca altrove: sulla fiducia dei mercati. Ed è qui che l’Europa – se saprà muoversi con lucidità – potrebbe scoprire di non essere solo uno spettatore.

E Pechino?

La Cina, il principale rivale degli Stati Uniti per la leadership economica e tecnologica globale, è il secondo maggiore detentore straniero di debito sovrano statunitense, dietro solo al Giappone, con un patrimonio superiore a 680 miliardi di dollari. Eppure non ha attivato alcuna vendita di obbligazioni di ritorsione in risposta ai dazi: un disinvestimento massiccio infatti non farebbe altro che svalutare le proprie partecipazioni, indebolire il dollaro e rafforzare lo yuan, danneggiando le esportazioni cinesi.

Ultima chance

Gli Stati Uniti continuano ad attrarre investimenti internazionali grazie al loro settore tecnologico e al mercato dei capitali più grande e profondo al mondo, senza eguali. Gli investimenti internazionali netti statunitensi, dopo decenni di deficit fiscali e commerciali, sono aumentati di 3,2 trilioni di dollari nel terzo trimestre dello scorso anno. Circa metà di questa crescita è dovuta agli effetti di valutazione sugli asset statunitensi. Finché i rendimenti attesi su tali asset non cambieranno in modo significativo, è improbabile che si assisterà a un deflusso sostanziale di capitali europei dagli Stati Uniti.

Fonte
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