Navalny ucciso con il veleno della “rana freccia”: 5 Paesi europei accusano il Cremlino

Londra, Parigi, Berlino, Stoccolma e L’Aia puntano il dito contro Putin: “Mosca aveva mezzi, movente e opportunità”. Il caso arriva all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche

Navalny ucciso con il veleno della “rana freccia”: 5 Paesi europei accusano

Una sostanza tanto rara quanto letale, estratta da una minuscola rana sudamericana, sarebbe stata usata per eliminare Alexey Navalny. Si tratta dell’epibatidina, una potente neurotossina presente sulla pelle delle cosiddette rane freccia (poison dart frogs), capace di provocare paralisi e arresto cardiaco in dosi infinitesimali.

Secondo un rapporto congiunto diffuso nel febbraio 2026 da Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi, l’analisi di campioni biologici del corpo dell’oppositore russo confermerebbe la presenza del veleno. I cinque governi sostengono che la Russia “aveva mezzi, movente e opportunità” per somministrarlo.

La morte nel carcere artico

Navalny è morto il 16 febbraio 2024 nella colonia penale IK-3 di Kharp, oltre il Circolo Polare Artico, dove stava scontando una condanna a 19 anni per accuse di “estremismo”, considerate politicamente motivate da osservatori internazionali. Le autorità russe avevano parlato di “morte improvvisa” per cause cardiache, ma documenti interni e testimonianze mediche hanno indicato sintomi compatibili con un avvelenamento, come convulsioni, vomito e forti dolori addominali.

Le accuse occidentali e il dossier Opac

I cinque Paesi europei hanno annunciato di aver segnalato il caso all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), sollevando anche il sospetto che Mosca non abbia distrutto completamente il proprio arsenale chimico, in violazione delle convenzioni internazionali. Il Cremlino respinge le accuse definendole “insinuazioni occidentali per distogliere l’attenzione dai problemi interni dell’Europa”, ma per gli oppositori russi e per numerosi governi occidentali la responsabilità politica di Vladimir Putin resta centrale.

Un precedente inquietante: il Novichok

Non sarebbe il primo tentativo di avvelenamento. Nel 2020 Navalny era sopravvissuto a un attacco con il Novichok, un agente nervino di tipo militare, confermato da laboratori certificati dall’Opac e attribuito dagli investigatori occidentali ai servizi segreti russi. L’episodio aveva portato a sanzioni contro funzionari del Cremlino e istituti scientifici russi.

Il ritorno a Mosca e l’arresto

Nel gennaio 2021, nonostante sapesse di rischiare l’arresto, Navalny rientrò volontariamente in Russia dopo la convalescenza in Germania. Fu arrestato in aeroporto e incarcerato, continuando dal carcere a denunciare la repressione del dissenso e l’invasione dell’Ucraina.

La voce della vedova e la reazione internazionale

“Due anni fa erano solo parole, oggi abbiamo prove scientifiche”, ha dichiarato Yulia Navalnaya alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco, accusando direttamente Putin di omicidio. Il premier britannico Keir Starmer ha definito Navalny “un simbolo di coraggio contro la tirannia”, mentre il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha accusato il presidente russo di essere pronto a usare armi chimiche contro il proprio popolo per restare al potere.

Un caso che riaccende la tensione con l’Europa

Le accuse arrivano in un momento di forte tensione geopolitica, con i rapporti tra Russia ed Europa ai minimi storici dopo l’invasione dell’Ucraina e la crescente repressione interna a Mosca. La vicenda Navalny rischia ora di diventare un nuovo fronte diplomatico e giudiziario internazionale, con possibili nuove sanzioni e richieste di un’inchiesta indipendente.

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