
Lo scontro tra politica e banca centrale torna al centro della scena economica globale. Negli ultimi mesi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha intensificato gli attacchi contro la Federal Reserve, accusandola di non voler ridurre i tassi di interesse per sostenere la crescita economica.
Nel mirino è finito soprattutto il presidente della Fed Jerome Powell, criticato dalla Casa Bianca anche per i costi – definiti eccessivi dall’amministrazione – della ristrutturazione della sede storica dell’istituto a Washington, il Marriner S. Eccles Building.
La tensione è salita ulteriormente quando il Dipartimento di Giustizia ha aperto un’indagine penale su Powell per presunte irregolarità legate proprio a quei lavori.
Il giudice blocca l’indagine: “Solo pressioni politiche”
La vicenda ha però subito una svolta significativa. Il giudice federale James Boasberg, capo del tribunale distrettuale di Washington, ha annullato l’indagine stabilendo che le citazioni a comparire emesse dal Gran Giurì erano “mero pretesto” per fare pressione sulla Federal Reserve.
Secondo la sentenza, l’obiettivo sarebbe stato quello di costringere Powell a tagliare i tassi di interesse o lasciare l’incarico, aprendo la strada a una guida della banca centrale più allineata alle richieste della Casa Bianca.
La procuratrice federale Jeanine Pirro ha però reagito duramente alla decisione, definendola “scandalosa” e annunciando ricorso.
Il nodo dei tassi di interesse
Al centro dello scontro c’è la politica monetaria. La Casa Bianca spinge da tempo per una riduzione dei tassi per stimolare l’economia americana, mentre la Federal Reserve ha mantenuto una linea più prudente per evitare nuove pressioni inflazionistiche.
Il conflitto potrebbe avere anche conseguenze istituzionali: Trump ha già indicato come possibile successore di Powell l’ex governatore della Fed Kevin Warsh, sostenitore di una politica monetaria più accomodante. La nomina, tuttavia, resta oggetto di dibattito al Congresso.
Un precedente italiano: il caso Baffi e Sarcinelli
Lo scontro tra politica e banca centrale non è una novità nella storia economica. Alla fine degli anni Settanta, in Italia, la Banca d’Italia fu al centro di un clamoroso attacco politico-giudiziario. Il 24 marzo 1979 il governatore Paolo Baffi e il vicedirettore generale Mario Sarcinelli furono accusati dalla procura di Roma di interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento personale.
L’accusa riguardava la mancata trasmissione alla magistratura di informazioni contenute in un rapporto ispettivo sul Credito Industriale Sardo, istituto che aveva finanziato il gruppo chimico del finanziere Nino Rovelli. Molti anni dopo l’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi definì quella vicenda “un attacco intimidatorio all’autonomia della Banca d’Italia”.
I poteri finanziari contro la vigilanza bancaria
Secondo numerosi storici, l’offensiva giudiziaria contro Baffi e Sarcinelli fu legata alla loro attività di vigilanza bancaria. Negli stessi anni la Banca d’Italia stava indagando sulle operazioni del Banco Ambrosiano guidato da Roberto Calvi, coinvolto in uno dei più grandi scandali finanziari della storia italiana.
Dietro quelle vicende comparivano personaggi influenti del sistema economico e politico, tra cui membri della loggia massonica Propaganda Due guidata da Licio Gelli. Baffi e Sarcinelli furono prosciolti definitivamente nel 1981, ma il danno istituzionale era ormai fatto: Baffi lasciò la guida della banca centrale e Sarcinelli non poté mai diventare governatore.
L’indipendenza delle banche centrali sotto pressione
Il parallelo tra la vicenda italiana e lo scontro tra Trump e la Fed riapre un tema cruciale dell’economia contemporanea: l’indipendenza delle banche centrali. Negli ultimi anni il dibattito è tornato acceso in diversi Paesi, dove governi e leader politici cercano di influenzare la politica monetaria per sostenere crescita e consenso.
Ma per molti economisti l’autonomia delle banche centrali resta una delle condizioni fondamentali per garantire stabilità dei prezzi, credibilità dei mercati e fiducia degli investitori. Il caso americano dimostra che anche nelle democrazie consolidate questo equilibrio può diventare fragile.









