Bitcoin? L’idea della “moneta virtuale” era già dei genovesi

Quattro secoli prima della blockchain, i mercanti italiani utilizzavano lo “scudo di marco”: una moneta di conto privata, basata sulle principali valute dell’epoca e regolata dalla comunità dei banchieri.

Bitcoin? L’idea della “moneta virtuale” era già dei genovesi

Bitcoin è nato nel 2009, ma l’idea di una moneta svincolata da uno Stato è molto più antica.

Tra Cinquecento e Seicento, i mercanti genovesi trasformarono le fiere di cambio di Piacenza in un sofisticato centro finanziario europeo. Qui lo scudo di marco, o scudo di fiera, funzionava come unità di conto virtuale: non esisteva una moneta fisica con quel nome, ma serviva per regolare transazioni e confrontare il valore delle diverse monete auree.

Il sistema aveva una caratteristica sorprendentemente moderna: la fiducia non dipendeva direttamente da un'autorità sovrana, ma dalla comunità dei mercanti-banchieri. Un gruppo ristretto di operatori qualificati stabiliva i cambi e certificava le operazioni.

Ed è proprio qui che emerge il parallelo con Bitcoin. Oggi la blockchain registra e verifica le transazioni attraverso una rete distribuita; allora erano registri e intermediari riconosciuti dalla comunità a svolgere una funzione analoga.

Naturalmente, scudo di marco e Bitcoin non sono la stessa cosa: il primo era un'unità di conto legata alle valute reali, mentre Bitcoin è un asset digitale decentralizzato con una propria emissione e una propria rete tecnologica.

Ma il principio comune è affascinante: creare fiducia nelle transazioni senza affidarsi necessariamente a un'unica autorità centrale.

Quattro secoli dopo, la tecnologia ha cambiato radicalmente gli strumenti. Non necessariamente, però, l'idea di fondo.

La storia della finanza, in questo senso, sembra spesso anticipare il futuro.

(Estratto da “L’invenzione dei soldi. Quando la finanza parlava italiano”, ed. Laterza)

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