
Il Portogallo rompe un tabù nell’Eurozona e lancia per la prima volta un bond denominato in yuan, pari a circa 250 milioni di euro. L’operazione – un collocamento privato di “dim sum bond” offshore – segna un passaggio simbolico ma rilevante nella ridefinizione degli equilibri finanziari globali. L’obiettivo dichiarato è diversificare le fonti di finanziamento, ma il messaggio politico ed economico va ben oltre: l’Europa inizia ad aprire, seppur con cautela, alla valuta cinese.
Lo yuan guadagna terreno
La mossa rafforza il ruolo internazionale dello yuan promosso da Cina, che negli ultimi anni ha accelerato la propria strategia di internazionalizzazione, anche attraverso circuiti alternativi a Swift e strumenti digitali.
Secondo analisti internazionali, la crescita dei pagamenti in yuan – soprattutto nei Paesi emergenti e nei partner energetici – si inserisce in un contesto di crescente multipolarità monetaria, dove il dominio del dollaro, pur ancora schiacciante, mostra le prime crepe.
Un segnale (indiretto) a Trump
L’operazione arriva in un momento delicato per gli equilibri globali e rappresenta una potenziale sfida alla leadership finanziaria degli Stati Uniti, più volte rivendicata da Donald Trump.
L’apertura europea alla valuta cinese potrebbe infatti favorire, nel medio periodo, l’ingresso di strumenti finanziari alternativi al dollaro – incluse valute digitali e stablecoin legate allo yuan – riducendo la centralità del biglietto verde nei flussi globali.
Radici lontane
Il rapporto tra Lisbona e Pechino non nasce oggi. Già dopo la crisi finanziaria del 2008, la Cina aveva investito massicciamente nel Paese iberico, entrando nel capitale di asset strategici come energia e infrastrutture.
Negli ultimi anni, questi legami si sono consolidati anche sul piano industriale, con nuovi investimenti produttivi e una crescente integrazione economica.
Verso nuovi equilibri?
Per ora si tratta di un’operazione limitata, ma altamente simbolica. Il precedente ungherese del 2016 resta isolato, ma il passo del Portogallo potrebbe fare scuola, soprattutto se le tensioni geopolitiche continueranno a spingere verso la frammentazione del sistema finanziario globale.
Il vero nodo resta politico: fino a che punto l’Europa è pronta a bilanciare il rapporto tra Washington e Pechino?



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