
Le economie più avanzate chiedono lavoratori stranieri, ma allo stesso tempo alzano muri politici e burocratici. Il risultato è un paradosso sempre più evidente: la migrazione per lavoro diminuisce mentre la carenza di manodopera cresce. A certificarlo è l’OCSE nel rapporto International Migration Outlook 2025: nel 2024 l’immigrazione per motivi di lavoro verso i 38 Paesi membri è calata del 21%.
Società che invecchiano, confini più rigidi
Il calo non è legato alla domanda economica, che resta elevata, ma a scelte politiche sempre più restrittive. Un trend iniziato ben prima del ritorno di Donald Trump sulla scena politica statunitense e alimentato da sentimenti anti-immigrazione in Europa e Nord America.
Regno Unito e Nuova Zelanda frenano i flussi
Secondo l’OCSE, la contrazione è dovuta in gran parte alle nuove politiche di Regno Unito e Nuova Zelanda. A Wellington è terminato un maxi-programma post-pandemia che aveva consentito a oltre 200mila migranti temporanei di ottenere la residenza. A Londra, invece, Brexit e stretta sui visti sanitari e assistenziali hanno ridotto drasticamente le domande, aggravando le carenze nel settore healthcare.
Studiare all’estero non conviene più?
Le restrizioni britanniche colpiscono anche gli studenti internazionali. Secondo l’esperta ONU Seeta Sharma, limitare il passaggio da studio a lavoro rischia di scoraggiare interi bacini di talenti, in particolare dall’India, oggi il primo Paese di origine dei migranti qualificati nei Paesi OCSE (600mila ingressi).
Usa, visti più cari e meno permanenza
Negli Stati Uniti, le politiche sui visti H-1B per lavoratori altamente qualificati si sono fatte più rigide. Con Trump, il costo per i datori di lavoro è salito fino a 100mila dollari. Il focus è sempre più su ingressi temporanei, mentre i percorsi di stabilizzazione vengono ridotti, mettendo sotto pressione il settore tecnologico.
Germania in difficoltà: “Servono migranti per crescere”
In Germania gli ingressi permanenti sono scesi del 12%, quelli con visto di lavoro del 32%. Secondo l’economista Herbert Brücker, senza migrazione la più grande economia europea non può compensare i pensionamenti: oggi mancano circa tre milioni di lavoratori.
Europa sempre più dipendente dalla manodopera straniera
Dati FMI: due terzi dei nuovi posti di lavoro creati nell’Ue tra il 2019 e il 2023 sono stati occupati da cittadini extra-Ue. A livello globale, secondo l’OIL (Organizzazione internazionale del lavoro), i lavoratori migranti sono 167,7 milioni, pari al 4,7% della forza lavoro mondiale, con oltre due terzi concentrati nei Paesi ricchi.
Visti temporanei al posto dell’integrazione
I governi preferiscono programmi stagionali e temporanei, più flessibili politicamente. Ma l’OCSE avverte: senza integrazione, riconoscimento dei titoli e percorsi verso la residenza, i migranti restano bloccati in lavori sottoqualificati.
Economia contro politica
La migrazione per lavoro resta sopra i livelli pre-pandemia, ma può essere frenata rapidamente dalla pressione politica. Il rischio, avvertono gli esperti, è che chiudere i canali legali spinga verso l’immigrazione irregolare, aggravando tensioni sociali ed economiche.
Il nodo irrisolto
Il messaggio dell’OCSE è chiaro: senza migrazione, le economie avanzate non reggono. Ma finché la volontà politica resterà scollegata dalla realtà demografica ed economica, il divario tra bisogno di lavoratori e politiche migratorie continuerà ad allargarsi.







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