
La parola d’ordine è una sola: difesa del territorio nazionale. È questo il perno attorno a cui ruota la nuova Strategia di Difesa Nazionale (NDS) degli Stati Uniti, appena diffusa dal Pentagono. Un documento che segna un cambio netto di impostazione rispetto agli ultimi anni e che ridisegna la mappa delle priorità globali di Washington: prima l’America, poi l’Indo-Pacifico, infine gli alleati.
La priorità assoluta: proteggere gli Stati Uniti
Per la prima volta in modo così esplicito, la NDS colloca la difesa del territorio nazionale al vertice delle priorità, persino sopra la competizione strategica con la Cina. L’emisfero occidentale viene definito una regione “trascurata” in passato e torna centrale nella pianificazione militare, non solo in chiave esterna ma anche interna: confini, spazio aereo, narcotraffico e sicurezza infrastrutturale entrano a pieno titolo nella strategia di difesa.
Cina: deterrenza, non dialogo
La Cina (che tra l’altro controlla circa il 90% della raffinazione di terre rare a livello globale, rendendosi così indispensabile anche per gli Usa) è indicata come la principale sfida strategica di lungo periodo. Il documento chiarisce che la deterrenza nell’Indo-Pacifico dovrà basarsi sulla forza militare credibile, non sul confronto diplomatico. È una linea coerente con l’accelerazione americana su basi, alleanze e presenza navale nella regione, e con il rafforzamento dei legami con Giappone, Australia e Filippine.
Russia: minaccia persistente ma “gestibile”
Diverso il tono riservato alla Russia. Mosca resta una minaccia reale e duratura, soprattutto per i Paesi dell’Europa orientale e per il fianco est della Nato, ma viene definita “gestibile nel prossimo futuro”. Una formulazione che segnala come, per Washington, il confronto con il Cremlino non sia più il fulcro della strategia globale, pur senza abbassare la guardia.
Europa: importante, ma sempre meno centrale
Il passaggio più delicato riguarda l’Europa. La NDS riconosce che il continente resta un partner chiave, ma sottolinea come il suo peso economico globale sia in calo. Traduzione strategica: gli Stati Uniti continueranno a essere presenti, ma chiedono agli alleati europei di fare di più e da soli, soprattutto sul piano militare e industriale.
Più responsabilità agli alleati
La nuova dottrina spinge verso un ridimensionamento selettivo dell’impegno diretto Usa, affidando maggiori responsabilità ai partner regionali. L’esempio più chiaro è la penisola coreana: la Corea del Sud, che ospita circa 28.500 soldati americani, viene indicata come pronta ad assumere la responsabilità primaria della deterrenza verso Pyongyang, con un supporto Usa “critico ma più limitato”. Un’impostazione rafforzata dall’aumento del 7,5% del budget militare sudcoreano nel 2025.
Industria della difesa: un pilastro strategico
Altro punto chiave è il rafforzamento della base industriale della difesa statunitense. Produzione, catene di approvvigionamento e capacità tecnologica diventano parte integrante della sicurezza nazionale. Il Pentagono lega esplicitamente la deterrenza militare alla resilienza industriale, in un contesto segnato da competizione tecnologica, crisi globali e conflitti prolungati.
Una pubblicazione “silenziosa” che fa rumore
Non passa inosservato il modo in cui il documento è stato reso pubblico. La NDS è stata diffusa senza annunci ufficiali, via e-mail, in tarda serata di venerdì (23 gennaio 2025), mentre la costa orientale era paralizzata da una forte tempesta di neve. Una scelta che, secondo analisti e media specializzati come Breaking Defense, segnala la volontà di evitare un dibattito politico immediato su un testo potenzialmente esplosivo.
Trump e la linea “America first” in versione militare
La strategia riprende e aggiorna un messaggio caro a Donald Trump: “La priorità assoluta delle forze armate statunitensi è difendere la nazione”. Non si tratta di isolazionismo, precisa il Pentagono, ma di una ridefinizione delle priorità in un mondo più instabile e multipolare. Prima la sicurezza interna, poi la deterrenza globale.
Il messaggio al mondo
Il segnale che parte da Washington è chiaro: gli Stati Uniti non si ritirano, ma selezionano con maggiore rigidità dove, come e perché intervenire. La Cina è il vero banco di prova, l’Europa è chiamata a crescere militarmente, la Russia resta sotto osservazione. È la fotografia di una superpotenza che riorganizza le proprie forze guardando prima di tutto dentro i propri confini.








