
Quando è iniziato il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, il presidente americano Donald Trump aveva indicato un obiettivo chiaro: impedire al regime degli ayatollah di dotarsi di armi nucleari.
Secondo diverse stime dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), l’Iran avrebbe accumulato centinaia di chilogrammi di uranio arricchito a livelli potenzialmente utilizzabili per la costruzione di ordigni nucleari.
Eppure, dopo oltre due settimane di guerra, l’uranio arricchito iraniano non è ancora stato colpito direttamente dalle operazioni militari occidentali.
Il cambio di tono della Casa Bianca
La posizione della Casa Bianca appare oggi più ambigua.
Alla domanda dei giornalisti sulla ricerca del materiale nucleare iraniano, Trump ha dichiarato che “non è una priorità immediata”, aggiungendo però che “a un certo punto potremmo occuparcene”.
Un cambio di tono che ha alimentato interrogativi tra analisti militari e osservatori geopolitici: perché Washington non sta cercando attivamente di localizzare e distruggere l’uranio?
Uranio nascosto in profondità: difficile distruggerlo dal cielo
Il primo problema è tecnico.
Gran parte del programma nucleare iraniano è stato progettato proprio per resistere agli attacchi aerei. Alcune strutture sono costruite decine o centinaia di metri sotto terra, spesso protette da montagne o strati di cemento armato.
Impianti come Fordow Fuel Enrichment Plant o Natanz Nuclear Facility sono stati progettati per sopravvivere anche alle bombe bunker-buster più potenti.
Questo significa che, anche con raid aerei massicci, non esiste la certezza di poter distruggere completamente l’uranio arricchito custodito in questi siti.
L’alternativa: inviare truppe sul terreno
Se l’uranio non può essere distrutto dal cielo, l’unica alternativa sarebbe un’operazione militare sul terreno.
Per recuperarlo sarebbe necessario un intervento di forze speciali, con elicotteri, incursioni e occupazione temporanea delle installazioni nucleari.
Un’operazione di questo tipo richiederebbe probabilmente un contingente molto più grande rispetto a missioni celebri come quella che portò all’uccisione di Osama bin Laden nel 2011.
Ma un intervento diretto in Iran comporterebbe rischi enormi: escalation militare, possibili perdite tra i soldati e il rischio di trascinare gli Stati Uniti in una nuova guerra terrestre in Medio Oriente.
Il fantasma del fallimento del 1980
Tra i motivi della prudenza americana pesa anche la memoria storica.
Nel 1980 una missione segreta della Delta Force per liberare gli ostaggi americani detenuti a Teheran dopo la rivoluzione islamica si concluse con un disastro operativo.
L’operazione fallì clamorosamente e contribuì alla sconfitta elettorale del presidente Jimmy Carter.
Il precedente rappresenta ancora oggi un monito per qualsiasi amministrazione americana che valuti un’incursione militare nel territorio iraniano.
L’altro problema: cosa fare dell’uranio sequestrato
Anche ammesso che le forze speciali riuscissero a localizzare e catturare l’uranio arricchito, resterebbe un problema logistico enorme: come trasportarlo e dove portarlo.
Il materiale fissile è altamente pericoloso e richiede sistemi di contenimento e trasporto specializzati.
Inoltre, una volta recuperato, gli Stati Uniti dovrebbero decidere dove trasferirlo: distruggerlo, immagazzinarlo o consegnarlo a un organismo internazionale.
Il limite delle operazioni militari contro il nucleare
Molti esperti sostengono che esista un limite intrinseco alle operazioni militari contro i programmi nucleari.
Come ha sottolineato il senatore americano Chris Murphy, non è possibile eliminare completamente un programma nucleare bombardando le infrastrutture.
Le conoscenze scientifiche, gli ingegneri e le competenze tecnologiche restano infatti nel Paese anche dopo la distruzione degli impianti.
Un conflitto destinato a prolungarsi?
Per questo motivo, secondo molti analisti, il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran rischia di trasformarsi in una guerra di logoramento, con attacchi mirati alle infrastrutture militari ma senza una soluzione definitiva al dossier nucleare.
E mentre il mondo osserva con crescente preoccupazione l’evoluzione della crisi, il mistero sull’uranio arricchito iraniano resta uno dei nodi centrali della geopolitica globale.









