
Una pesante sconfitta per Donald Trump. Alle elezioni di metà mandato del 3 novembre, le cosiddette midterm elections, i democratici hanno conquistato il controllo sia della Camera dei Rappresentanti sia del Senato, ribaltando gli equilibri del Congresso e infliggendo al presidente una delle battute d’arresto più significative del suo secondo mandato.
A pesare sono stati soprattutto il costo della vita, l’inflazione, la gestione dell’economia e la guerra contro l’Iran. Il risultato riduce sensibilmente i margini di manovra della Casa Bianca negli ultimi due anni della legislatura e consegna all'opposizione nuovi strumenti per condizionare l'agenda presidenziale e avviare indagini sull'amministrazione.
La guerra in Iran presenta il conto alla Casa Bianca
Il vicepresidente JD Vance ha individuato proprio nel conflitto la ragione principale della sconfitta repubblicana: “Il motivo per cui abbiamo perso è la guerra”, ha scritto, prendendo le distanze dalla linea di Trump.
Il presidente ha riconosciuto che l'intervento militare ha contribuito al risultato negativo, ma ha continuato a difenderlo: secondo Trump, attaccare l'Iran è stata “la cosa giusta da fare” e lo rifarebbe. Una posizione che evidenzia le tensioni all'interno dello stesso Partito repubblicano, dove cresce il disagio per una guerra costosa e sempre meno popolare.
Teheran esulta: “Gli americani hanno detto no alla guerra”
A Teheran il risultato elettorale è stato accolto come un segnale politico contro l'intervento americano. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato che gli elettori statunitensi hanno detto “no alla guerra”.
Ma il messaggio è accompagnato da un avvertimento: se Washington ignorasse la volontà degli elettori e decidesse di riprendere le ostilità, l'Iran promette una risposta ancora più dura.
La leadership iraniana non considera infatti il voto americano una garanzia di cambiamento nella politica estera degli Stati Uniti. La Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha ribadito che Teheran non intende accettare condizioni di resa e ha invocato una risposta militare senza limiti geografici.
Minaccia all'Europa: nel mirino anche Italia e Germania
È soprattutto la possibile estensione del conflitto oltre il Medio Oriente a preoccupare le capitali europee.
Ahmad Bakhshayesh Ardestani, componente della Commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha dichiarato a Euronews che, se gli Stati Uniti utilizzassero le proprie basi in Europa per attaccare l'Iran, i missili iraniani potrebbero colpire anche installazioni in Italia e Germania.
La minaccia riguarda dunque anche il territorio europeo, dove si trovano importanti infrastrutture militari statunitensi. Si tratta, per ora, di una dichiarazione di un parlamentare iraniano, non dell'annuncio di un attacco né di una decisione operativa ufficialmente confermata. Ma il linguaggio utilizzato segnala un pericoloso allargamento della retorica militare di Teheran.
Il nodo strategico: lo Stretto di Hormuz
Sul fondo resta la crisi dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta per il commercio mondiale di petrolio e gas.
Un'eventuale nuova escalation potrebbe compromettere ulteriormente la navigazione e le forniture energetiche, con ripercussioni sui prezzi dei carburanti e sull'economia internazionale. È anche per questo che la guerra è diventata un tema centrale per gli elettori americani: un conflitto lontano, ma con conseguenze dirette sul costo della vita.
Trump indebolito, ma non fuori gioco
Trump resterà alla Casa Bianca fino alla fine del mandato, ma dovrà confrontarsi con maggioranze democratiche in entrambe le Camere.
Per i democratici si apre ora una sfida altrettanto impegnativa: dimostrare di saper governare il Congresso, rispondere alle preoccupazioni economiche degli elettori e mantenere unito un partito attraversato da divisioni tra moderati e progressisti.
Per Trump, invece, la sconfitta apre una fase di maggiore isolamento politico. E mentre Washington fa i conti con il verdetto delle urne, Teheran lancia un messaggio che va ben oltre il risultato elettorale: il conflitto con gli Stati Uniti non è necessariamente finito e, in caso di una nuova offensiva, potrebbe non restare confinato al Medio Oriente.




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