
La guerra con l’Iran sta già producendo effetti tangibili sull’economia tedesca. A marzo 2026, l’inflazione è salita al 2,8%, spinta soprattutto dall’aumento dei costi energetici (+7,2%), segnando un’inversione di tendenza dopo mesi di stabilità.
Il conflitto ha infatti innescato uno shock globale sui mercati energetici, con il prezzo del petrolio schizzato verso i 117 dollari al barile e forti tensioni sulle forniture internazionali.
Una nuova crisi energetica per l’Europa
Alla base dell’impennata c’è il rischio di interruzioni nelle rotte chiave, come lo Stretto di Hormuz, da cui transita una quota significativa del petrolio e del gas globale.
Secondo le principali istituzioni internazionali, si tratta di una delle più gravi interruzioni dell’offerta energetica mai registrate, con impatti diretti su inflazione, industria e commercio globale.
Per un’economia altamente industriale ed energivora come quella tedesca, le conseguenze sono particolarmente pesanti.
Crescita dimezzata: il rischio recessione
Le nuove stime degli istituti economici tedeschi indicano un quadro in rapido deterioramento. In uno scenario negativo, la crescita del PIL potrebbe scendere fino allo 0,5%, circa la metà delle previsioni iniziali.
Altri modelli sono ancora più pessimisti: in caso di conflitto prolungato, la crescita potrebbe fermarsi allo 0,2%, con un forte rischio di stagnazione economica.
Anche nelle ipotesi più ottimistiche, la ripresa appare rallentata, con un’espansione attorno allo 0,6%-0,8% nel 2026.
Il costo economico: fino a 50 miliardi persi
Secondo valutazioni interne e analisi economiche circolate a Berlino, la guerra potrebbe costare alla Germania fino a 50 miliardi di dollari in termini di valore aggiunto.
Un impatto che deriva non solo dal caro energia, ma anche dalle interruzioni nelle catene di approvvigionamento e dal rallentamento del commercio globale.
Inflazione e tassi: la BCE torna in trincea
Il ritorno delle pressioni inflazionistiche sta mettendo sotto pressione anche la politica monetaria. La Banca Centrale Europea ha già rivisto al rialzo le stime di inflazione per il 2026, portandole al 2,6%, e ha sospeso il percorso di riduzione dei tassi. ()
I mercati ora scontano un possibile ritorno a politiche restrittive, in uno scenario che ricorda da vicino quello del 2022, quando la crisi energetica legata alla guerra in Ucraina spinse i tassi ai massimi.
All’interno della BCE, il dibattito è aperto: da un lato la necessità di contenere l’inflazione, dall’altro il rischio di soffocare una crescita già debole.
Industria sotto pressione e rischio stagflazione
Le imprese tedesche stanno già reagendo: molte aziende prevedono aumenti dei prezzi per compensare i maggiori costi di produzione e trasporto.
In parallelo, settori energivori come chimica e acciaio stanno subendo un forte aumento dei costi, con rincari fino al 30% in alcuni casi.
Gli economisti iniziano a parlare apertamente di rischio “stagflazione”: crescita debole accompagnata da inflazione elevata, uno degli scenari più complessi da gestire per governi e banche centrali.
Uno shock globale, non solo europeo
La crisi non riguarda solo la Germania. Le principali economie globali stanno rivedendo al rialzo le stime di inflazione e al ribasso quelle di crescita.
Il rischio è quello di un nuovo ciclo economico segnato da instabilità, energia cara e politiche monetarie più rigide.
Per l’Europa – e per la Germania in particolare – la guerra con l’Iran rappresenta dunque molto più di una crisi regionale: è un test decisivo per la tenuta economica del continente.



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